Il ventre molle del cinema nello schermo dell’architetto e della pittrice

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Con la scomparsa terrena di Yervant Gianikian, dodici anni dopo quella della compagna d’arte e di vita Angela Ricci Lucchi, prende corpo e anima definitivamente la certezza retrospettiva dell’inconsistenza discorsiva di molte categorie adoperate nel loro caso: avanguardia, sperimentazione, immagini di repertorio, documentario e così via. Ma va dissolversi come in una nuvola di vanità discorsiva anche l’idea stessa che abbiano fatto semplicemente del cinema queste due persone bellissime, dentro e fuori, cordiali e intransigenti, antiche ed evocative a un tempo e fuori dal tempo: le prospettive condivise ancorché postume, testimoniate dalla sopravvivenza filmica in Diari di Angela – Noi due cineasti (2018), denota oggi più che mai, soprattutto oltre il campo strettamente cinematografico, scelte davvero a tutto campo fondate sulle ceneri storiche ammutolite; scelte insomma irrimediabilmente moderne, indifferenti alle sirene della contemporaneità intesa come tendenza o classificazione, stante quell’inconfondibile ricerca e rielaborazione visuale del remoto sempre suscettibile di riscrittura, ripensamento, analisi. 

Nel costante bisogno genealogico di approvvigionamento, rispecchiamento in materiali preventivi, l’ex architetto armeno Yervant Gianikian e l’ex pittrice italiana Angela Ricci Lucchi, possono finalmente riconsegnarsi assieme, inseparabili, a un mandato di artisti totali, compresi totalmente e alla giusta distanza culturale e politica in un lavoro diuturno e resistente destinato provvisoriamente al ventre molle dello schermo, surrogato sensibile piuttosto di uno schermo interiore della coscienza collettiva. In veste di interpreti, decodificatori e implicitamente spettatori/autori, sono stati i censori dello spettacolo tradotto in immagini vere ma in falso movimento, quale sintomo di un passato ingiudicato. La componente artistica ad ampio spettro, impossibilitata a un uso e consumo settoriale, ha dunque e proficuamente reso i due estranei e incompatibili con gli strumenti espressivi degli addetti ai lavori in questo o quell’altro ambito, così come la loro produzione, o più correttamente opera, escludendo che si possa chiamare banalmente filmografia, si è dimostrata da subito quindi inadeguata a un sapere circoscritto, incompetente, balbuziente: nel darsi all’esterno come percorso trasversale e sovrapponibile tra festival di cinema ed esposizioni museali, il lavoro creativo infaticabile ha preservato Gianikian e Ricci Lucchi in vita e oltre dall’esistente mortificazione delle immagini, pregresse e correnti; per trasformarsi, nel complesso, in sistema di tasselli dotati di una perpetua interrogazione sul senso di ciò che si è incautamente già visto o non realmente visto, girato ma non rielaborato.

Il mosaico illimitato, composto da quelli che nella insufficienza istruttoria e cognitiva fatta di parole rientrano nel novero dei lungometraggi, tra cui Dal polo all’equatore (1986), Uomini anni vita (1990), Prigionieri della guerra (1995), Su tutte le vette è pace (1999), Oh! Uomo (2004), Images d’Orient – Tourisme vandale (2001), Inventario balcanico (2000), Pays Barbare (2013), invero complementari alla fitta rete dei cosiddetti cortometraggi, o più appropriatamente esemplari d’arte contigui, realizzati tra gli anni Settanta del precedente e i due decenni del nuovo secolo/millennio, restituisce il quadro diversamente dinamico, volentieri in viaggio da un capo all’altro e su rotaie, di un mondo che si contempla nella sua tragica devastazione bellica, tecnologica e di massa. L’umano che rimane, duraturo e ferito, devastato nel corpo rappresentato e nella riproducibilità di questa medesima, incauta rappresentazione, vanta nel conguaglio continuo un primato: all’interno ora visibile di immagini all’apparenza non loro, e a maggior ragione “loro”, di Gianikian e Angela, più che riplasmate, restituite alla loro rallentata nudità, soltanto la riflessione ex post fornisce gli strumenti di costruzione, questa sì, di massa, che suona da perpetuo e perpetuato ammonimento. Le vestigia di un immaginario strutturato su pellicola cioè indica la specificità del caso congiunto che li riguarda, nei contesti appropriati, sulla panca in una galleria d’arte più che in una comune sala dove si proiettano kolossal vendicativi, oblunghi in una durata appariscente e ritorsiva che nulla invece trattiene di arcaico o di classico. La virtuosa strada in avanti/indietro che il dispositivo della moviola agìta dall’immortale coppia Gianikian-Ricci Lucchi si conferma pertanto capace di disciplinare in più riprese, donate alla memoria futura, l’esercizio coerente di autentici spettatori che ormai si cercano con difficoltà, non degli inutili spettacoli che altrettanto facilmente si trovano.