Fratello documentario di Diego Fossati

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La rubrica “Corpo a corpo” indaga il cinema documentario e sperimentale italiano contemporaneo, evidenziandone la capacità di interpretare e raccontare il presente. Attraverso interviste agli autori, valorizza opere spesso poco distribuite ma significative per la riflessione che propongono sul ruolo dell’immagine nell’audiovisivo contemporaneo. La rubrica pubblica due articoli al mese dedicati ai film delle programmazioni 2025-2026 e 2026-2027 dell’Auditorium di San Tommaso (Università di Pavia).

Il film Fratello documentario (2024) di Diego Fossati, vincitore del Premio Nicola Curzio nella sezione Prospettive di FilmMakerFest 2024, è composto da due linee narrative: da un lato c’è la storia di Michelangelo Canzi, un aspirante attore che si mantiene facendo il rider, che a un certo punto ha la possibilità di fare un provino che potrebbe cambiare la sua vita; dall’altro il rapporto di Michelangelo con sua sorella Valentina, che dovrebbe essere l’autrice del documentario che stiamo guardando.
Il documentario è costruito incrociando riprese in stile direct cinema e materiale d’archivio, unite tra di loro attraverso il voice over di Michelangelo. Le parti di osservazione mostrano Michelangelo che lavora, alcune interazioni con la sua fidanzata, una conversazione tra Michelangelo e suo nonno: scene di presentazione del personaggio.
I filmati d’archivio riguardano l’infanzia dei due fratelli: vediamo il momento in cui Michelangelo dice di aver deciso di voler fare l’attore, momenti di gioco, corse. In ognuna di queste interazioni però quello che emerge è un forte squilibrio nella relazione tra Michelangelo e Valentina: è sempre lui il centro dell’attenzione, quando gareggiano è sempre lui che vince. In una scena Michelangelo racconta addirittura che da piccoli giocavano alla corrida, e che il gioco finiva sempre con Michelangelo che uccideva Valentina.
Se quindi da un punto di vista linguistico il film sembra il più classico dei documentari, fin dall’inizio del film Fratello documentario si configura come un oggetto problematico, la cui vera identità è più difficile da inquadrare. In alcuni momenti Michelangelo in voice over  parla di un documentario che sua sorella sta facendo su di lui,  ma allo stesso tempo pronuncia frasi come: <<Oh sì se non state capendo un cazzo è perché io non so montare. Quindi mi spiace. Vabbè di base questo è un documentario che ha fatto mia sorella su di me che divento un attore>>; e ancora, poco dopo: <<Comunque ho riempito questo documentario di musica: sono le musiche di una mia amica. Perché…bho mia sorella nei suoi documentari non metteva mai la musica, e vabbè i documentari di base sono noiosi. Invece volevo provare ad aiutarvi a emozionarvi con la musica, se vi va>>.
Sembrerebbe quindi che il film che stiamo vedendo non corrisponda esattamente al film che Valentina sta facendo all’interno della storia, ma che ci sia stato, almeno a livello del montaggio, un intervento da parte del fratello Michelangelo.
Il passaggio da film su Michelangelo a film di Michelangelo rappresenta il principale snodo narrativo del film. L’importante provino di Michelangelo non va come sperato: i casting director e addirittura il cameramen ridono della sua performance, e gli consigliano di <<lavorare di più sul realismo>>.  


La sorella riprende tutta la scena: sia la performance di Michelangelo che le reazioni degli spettatori. Anche quando l’audizione è finita, Valentina continua a riprendere, sperando, come dice il voice over, di cercare di riprendere il momento in cui il fratello si spezzerà. A questo punto Michelangelo prende la decisione di tornare agente attivo all’interno della storia: prima di tutto chiama sua madre per dirle che il provino è andato benissimo, e poi prende il controllo della camera e la punta sulla sorella, dicendo che il documentario <<adesso lo stiamo facendo insieme>>. Fratello documentario mette al centro del suo discorso lo squilibrio di potere e la violenza che ne deriva: uno squilibrio che è quello che si instaura nel rapporto tra fratelli e nel rapporto tra soggetto filmante e oggetto filmato. Nel film Valentina, sorella minore che da bambina veniva sempre “sconfitta” da Michelangelo, ora, grazie alla telecamera, è in grado di imporre al fratello le sue regole del gioco, invertendo la dinamica di potere. Il film che Valentina sta realizzando non è tanto la storia di Michelangelo, ma la storia del suo fallimento. Il film che stiamo vedendo è quindi un film fratello di quello che stava realizzando Valentina, un film di Michelangelo a proposito del film che sua sorella stava realizzando su di lui.

La ribellione di Michelangelo però non si limita al piano della rappresentazione: dopo aver preso controllo della telecamera Michelangelo uccide la sorella, e in seguito continua a mentire alla madre, creando una narrazione in cui il suo provino è andato alla perfezione e sua sorella era fiera di lui.
Il film rimette al centro del discorso la pulsione voyueristica di un certo tipo di documentario, oggi forse più presente in televisione e sui social media, ma comunque non scomparso anche al cinema, sempre alla ricerca del sensazionalistico, dell’emotività manifesta, della vulnerabilità degli altri: un cinema che mostra quello che spesso non si può o non si dovrebbe vedere. Un discorso che forse non è innovativo ma che è fondamentale riaffrontare nel momento in cui la possibilità di filmare le altre persone e di diffondere questi filmati è alla portata di chiunque. Fratello documentario ricorda come l’atto del filmare qualcuno porti sempre con sé una forma di violenza, una violenza che si sviluppa nell’imposizione di uno sguardo, quindi di una lettura, su un oggetto che rimane passivo. In questo senso la scelta di organizzare Fratello documentario come un mockumentary diventa particolarmente rilevante sotto diversi aspetti. Prima di tutto perché ricorda come la maggior parte dei documentari si nutra di squilibri di questo tipo, soprattutto quando la macchina da presa è rivolta verso individui che non hanno nessuna possibilità di riappropriarsi dei mezzi di rappresentazione: in questo senso è esemplare uno dei filmati di archivio in cui una piccola Valentina chiede al padre di smettere di riprendere, cosa che il padre finge di fare continuando però a filmare la scena. Lo stesso discorsi vale per quei film che fanno oggetto del proprio sguardo persone che non condividono la conoscenza tecnica del mezzo cinematografico, che forse rappresenta la maggior parte dei documentari di osservazione.
Allo stesso Fratello documentario tempo ricorda come la forma stessa del documentario di osservazione possa costituirsi come un atto di violenza nei confronti della realtà. L’utilizzo degli strumenti retorici come la camera a mano, l’audio in presa diretta e la bassa risoluzione cerca di trasmettere allo spettatore una sensazione di prossimità e di naturalità che, dalla svolta del direct-cinema in poi, viene interpretata dalla maggior parte del pubblico come una forma di garanzia di una minor manipolazione, e quindi di un maggior rispetto della realtà.
Il direct cinema, con il suo ideale della “mosca sulla parete”, sembra poter promettere di rendere il cinema una finestra sulla realtà, un annullamento della mediazione, per poter riportare le cose così come sono allo spettatore. Per quanto in ambito teorico o accademico nessuno oggi sia più convinto che sia possibile attribuire ad alcuna forma di mediazione la capacità di riportare la realtà in maniera neutra, il rapporto della maggior parte degli spettatori con oggetti di questo tipo, il documentario, soprattutto se di osservazione, ma anche altre modalità che ne hanno ereditato le caratteristiche retoriche come il telegiornale o molti contenuti social, rimane di sostanziale fiducia.
La capacità delle immagini in movimento di assomigliare alla realtà, o di rimandare il più possibile ad una percezione di scarsa manipolazione nel momento della registrazione delle immagini, rimane un fattore decisivo nel determinare che tipo di rapporto lo spettatore vi instauri. Ed è forse proprio in virtù di questa consapevolezza che Diego Fossati decide di raccontare la vicenda tramite quello che, fino al momento dell’omicidio, passa tranquillamente per un documentario, e la presenza della parola “documentario” nel titolo ne è forse una conferma. Perché, per quanto questa distinzione possa essere problematica nel designare uno specifico tipo di rapporto tra il film e la realtà, i primi venti minuti di fratello documentario si configurano come un documentario standard, che non si colloca in nessuna zona grigia e che non porta mai lo spettatore a dubitare della verità di quanto sta guardando. Quello che però sembra dire il film, è che il tentativo di appiattire il medium sulla realtà cercando di eliminare le loro differenze e quindi renderle indistinguibili è una vera e propria forma di violenza, un’azione la cui conseguenza non è un dialogo con la realtà ma il tentativo di soppiantarla con una narrazione che cerca di dissimulare la propria artificialità.

Tuttavia l’operazione portata a termine da Michelangelo-personaggio/autore di Fratello documentario non va nell’ottica di un superamento di questo conflitto, ma solo di un capovolgimento dei rapporti di potere. Nella sequenza forse più emotivamente carica del film Michelangelo, dopo aver ucciso la sorella, decide di fermare la sua auto in mezzo al traffico chiedendosi: <<Ma come faccio a fare le cose davvero se è tutto finto?>> E a questo punto decide di utilizzare lo strumento del cinema ancora una volta per imporre una lettura sulla realtà. Quando nella scena finale Michelangelo si filma mentre convince la madre che il provino è andato benissimo e che il rapporto con sua sorella non potrebbe essere migliore, il suo scopo non è tanto quello di imbrogliare la madre, ma di convincere noi spettatori che lui è davvero un bravo attore. Prima che sua madre torni, il voice over dichiara: <<Forse avevamo questo in comune io e la Vale: non sapeva fare i film di finzione. In realtà anche io mi sono accorto che non lo so fare, l’attore. Non lo so fare. E quindi quest’ultima scena è il mio provino di recitazione realistica, credibile, della vita. Con la mia mamma>>. Ancora una volta il tentativo è quello di dissimulare la finzione: come Michelangelo stravolge la realtà senza che sua madre se ne possa rendere conto, perché le mancano gli strumenti per sapere che in realtà Valentina è morta e il provino di Michelangelo è andato malissimo, così molti spettatori, di fronte ad alcune tipologie di audiovisivo, non possono che rimanere assoggettati e credere alla realtà di quello che stanno vedendo.

Far vero consiste dunque nel dare l’illusione completa del vero […] Ne concludo che i Realisti di talento dovrebbero chiamarsi piuttosto Illusionaisti. (Guy de Maupassant, Le Roman)