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La rubrica “Corpo a corpo” indaga il cinema documentario e sperimentale italiano contemporaneo, evidenziandone la capacità di interpretare e raccontare il presente. Attraverso interviste agli autori, valorizza opere spesso poco distribuite ma significative per la riflessione che propongono sul ruolo dell’immagine nell’audiovisivo contemporaneo. La rubrica pubblica due articoli al mese dedicati ai film delle programmazioni 2025-2026 e 2026-2027 dell’Auditorium di San Tommaso (Università di Pavia).

Non c’è abisso senza risalita perché non è lecito sprofondare senza conservare il pensiero di poter riemergere, o almeno di tentare di farlo.
Con una struttura circolare, cadenzata dai ritmi di un viaggio surreale, il documentario sperimentale in realtà virtuale Affiorare, realizzato da Rossella Schillaci, racconta con profondità e poesia le allucinazioni della realtà carceraria, dando voce alle madri detenute e ai loro figli minori.
Sviluppato all’interno della residenza Venice Biennale College del 2022 e vincitore della sezione Sguardi Expanded del concorso Sguardi Altrove Women’s International Film Festival 2026,  Affiorare è un progetto collaborativo che ha visto coinvolto l’Istituto a Custodia Attenuata per Madri (ICAM) di Torino, la Casa Famiglia Protetta di Milano, e l'ex carcere di Torino Le Nuove, con l’intento di narrare la quotidianità delle donne detenute e dei loro bambini all’interno dello spazio di reclusione.
Il segreto dell’opera risiede già nel suo titolo. Affiorare significa emergere dall’acqua, tornare in superficie, riconquistare respiro e luce. Ed è proprio questo che il documentario della Schillaci si appresta a fare: condurre lo spettatore nel mondo inquietante e sotterraneo delle carceri, per poi accompagnarlo in un movimento ascensionale di riemersione - o di affioramento - come in un volo verso il cielo e verso la sua indescrivibile immensità.
L’immensità coincide con la speranza. L’immensità è la fiducia, il coraggio, il potere irrefrenabile dell’immaginazione che governa ogni bambino. L’immensità è quel varco che frantuma ogni confine, dandogli una nuova forma. L’immensità è quel sentiero che il bambino non teme di esplorare.
Viene allora alla mente quanto il poeta francese Paul Éluard scriveva : «È negli occhi del bimbo, nei suoi occhi scuri e profondi come notti in bianco, che nasce la luce». Anche nel più cupo mondo sommerso del carcere, lo sguardo del bambino sa produrre bagliori inattesi, introducendo crepe nel sistema chiuso della detenzione e lasciando filtrare una luce che non cancella la sofferenza, ma la attraversa e la rende narrabile.
Con sguardo da antropologa e con il dichiarato intento di andare oltre le parole - non sempre sufficienti per raccontare l’ineffabile realtà carceraria - la regista sceglie così di adottare il punto di vista dei bambini, innocenti creature guidate dall’inconsapevolezza e da una naturale ed inesauribile speranza. Con una costante tensione tra l’infantile curiosità, costellata di paure e sogni, e gli invalicabili confini imposti dallo spazio di reclusione, in Affiorare il carcere si trasforma in un luogo di riflessione sul rapporto tra libertà e costrizione, tra realtà e immaginazione, tra infanzia e istituzione.
L’immaginazione senza freni che anima l’età fanciullesca diventa insomma un potente dispositivo narrativo in grado di attribuire all’intero documentario un’allure surreale e favolistica. Proprio come in una favola - e con richiami che guardano alla struttura narrativa del viaggio dell’eroe - il bambino valica la soglia del mondo ordinario per addentrarsi in un nuovo universo, quello delle carceri, per poi ritornare, con un movimento ciclico, alla realtà di partenza o forse addirittura oltre.
Il viaggio verso l’abisso della prigione trova nella tecnologia scelta dalla regista il suo compimento ideale. La realtà virtuale, e in particolare le riprese a 360 gradi calibrate all’altezza dello sguardo dei bambini, risucchiano lo spettatore in un vortice discendente. Tra atmosfere tetre e vicoli cupi, il carcere si rivela un mondo sotterraneo e in qualche modo subacqueo all’interno del quale le madri detenute si sentono sprofondate e colte da un invadente senso di apnea.
L’assenza di respiro si salda così all’immaginario della prigione come spazio sommerso e oscurato, una dimensione lontana dalla superficie del reale dove la luce fatica a penetrare. Un microcosmo acquatico che, agli occhi dei bambini, si popola come per magia di pesci animati e meduse galleggianti. Ed è qui che le potenzialità della tecnologia sposano la ricchezza dell’immaginazione infantile: lo spettatore, come preso per mano dal bambino, sprofonda nella cavità marina del carcere, rimanendone completamente imprigionato.

Questa tensione risponde all’esigenza della regista di restituire la complessità sensoriale dell’esperienza della detenzione attraverso un’«immersione di natura visiva, corporea e sonora» all’interno della realtà carceraria. La scelta del virtuale traduce dunque un’esigenza sperimentale volta a cogliere le atmosfere più intime, le impressioni più sfuggenti e la stratificazione di suoni che abitano quotidianamente lo spazio carcerario. Ma c’è dell’altro. Il virtuale diventa anche uno strumento capace di parlare al pubblico contemporaneo, favorendo il superamento di quella distanza che separa chi osserva da chi vive realmente la reclusione: lo spettatore non si limita a guardare il carcere, ma è chiamato ad attraversalo e ad abitarlo. L’esperienza immersiva si struttura così in un movimento coreografico in tre tempi: il “tuffo” iniziale nel carcere, il “galleggiamento” esplorativo e la successiva “riemersione” dalle acque.
La discesa coincide con l’ingresso dello spettatore nella quotidianità delle donne.
Questa stratificazione del tempo si riflette in un’architettura audiovisiva altrettanto complessa, dove la riprese documentarie della vita in carcere dialogano con le animazioni e i disegni realizzati dai bambini durante i laboratori condotti dalla regista. Le illustrazioni - e il sottotesto surreale che queste celano - cuciono insieme realtà e immaginazione. Come raccontato dalla Schillaci, anche il piano sonoro mescola realismo e fantasia fanciullesca: le testimonianze delle madri, le voci infantili e i suoni dell’ambiente si insinuano nella trama visiva del documentario, dando vita ad un montaggio verticale che riesce a deformare la percezione claustrofobica dello spazio.

Non sorprende che la regista attribuisca un ruolo così centrale alla dimensione sonora. In Affiorare, il suono non è soltanto un accompagnamento alle immagini, bensì un elemento che contribuisce in modo decisivo alla costruzione dell’esperienza immersiva. L’onda acustica orienta i corpi dei soggetti nello spazio della detenzione, li avvolge emotivamente e - obiettivo primario espresso dalla regista - li spinge verso un’interpretazione intima e soggettiva del racconto.
Questa centralità del suono assume un significato ancora più profondo se si considera il rapporto privilegiato che l’universo acustico intrattiene con la memoria infantile. I ricordi sonori, spesso i più persistenti e vividi dell’infanzia, rafforzano l’atmosfera immaginifica e surreale che attraversa l’intera opera. I rumori, le voci e gli echi del carcere si fondono con le proiezioni prodotte dalla fantasia dei bambini, trasfigurando il perimetro della detenzione in un paesaggio favolistico sospeso tra esperienza concreta e immaginazione.
Il processo di reinvenzione poetica dell’universo carcerario trova il suo culmine nell’adozione di un punto di vista apparentemente laterale, quello infantile, eppure estremamente potente proprio perché  forse l’unico a saper scardinare la rigidità dell’istituzione carceraria. Da tratti frammentati o astratti, emergono in superficie narrazioni spontanee, capaci di restituire una geografia emotiva del carcere e delle sue storie. La fusione tra la grammatica dell’immaginazione espressa dai bambini e i racconti testimoniali delle madri - sviluppati a partire da un canovaccio aperto a forme di improvvisazione fisica e orale -  rende Affiorare un’esperienza corale e polifonica in cui la testimonianza documentaria aderente alla realtà delle carceri e la memoria di passati di sofferenza si intrecciano senza sosta a elaborazioni fantasiose di nuovi possibili altrove, fatti certo di paura, ma anche di grande fiducia e speranza. È in questo esatto punto di contatto che l’opera della Schillaci diventa anche un manifesto di rinascita: se il carcere toglie spazio e tempo, l’immaginazione li restituisce o addirittura li crea, rompendo il velo del baratro e innescando il desiderio di tornare a galla.
Attraverso un attento lavoro di adattamento del contenuto alla tecnologia virtuale, Affiorare riesce insomma a restituire con grazia una dimensione etica del mondo della detenzione, affiancandola ad una sua commovente trasfigurazione lirica. Grazie all’impatto emotivo e sensoriale esercitato sullo spettatore, il virtuale diventa il linguaggio d’elezione per dare forma a quell’essenza invisibile che sta oltre l’abisso o - come Affiorare ci insegna - sopra il limite, anche quando questo appare invalicabile.