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Fa un po’ specie, con l’ennesimo trapasso eccellente contemporaneo, quello in ordine di tempo di Tim Curry, che il diretto interessato venga in estrema sintesi ricordato appena come lo scienziato bisex di The Rocky Horror Picture Show (1975) e il clown killer di It (1990), i cosiddetti ruoli più “iconici”, tanto per usare un aggettivo da bandire con rito abbreviato in un auspicabile codice penale linguistico.
Sebbene spiaccia sprecare righe preziose in un necrologio rasgionato per lamentarsi da subito, ma questa volta va detto che avrebbe meritato una memoria un po’ meno a corto raggio un attore dal curriculum, anzi un “Curryculum” d’eccezione, non soltanto cinematografico e televisivo di per sé assai più ampio e variegato, cui andrebbe almeno collegato quello teatrale, con tanto di repertorio comprendente più volte  Shakespeare e Brecht, nonché Büchner e Genet. Per capire la gamma complessa delle sue interpretazioni, tali da ipotecare l’intera opera anche in porzioni non da protagonista, occorre intrecciare riferimenti culturali a più ampio spettro; e l’idea di circoscriverne la gamma alle performance più note e spettacolari, sempre con l’occhio al rendimento commerciale nel solo ambito audiovisivo, denota ancora quanto sia difficile l’arte dell’attore che ha sperimentato tanto, per poi essere tramandato comunque a senso unico, nelle sue interpretazione straordinariamente eccentriche ma non per questo in grado di caratterizzarlo in toto.

Senza il teatro o la teatralità intesa come occasione ad ampio spettro di contemperare l’esteriorità stravagante dell’essere sul/da palcoscenico con l’interiorità inconfessabile o intraducibile in azioni e parole, non sarebbe possibile cogliere, di contro, le sfumature donate alla macchina da presa: dentro un corretto, completo e complementare “Curryculum”, in assenza della recita dal vivo propriamente intesa, non ci sarebbe (stato) neppure in parallelo lo spazio autonomo e inconfondibile per la conservazione illusoria e immaginaria filmica, concepita cioè da parte di un professionista disponibile e molto cangiante come Curry, in termini di piena disponibilità a marcare o insinuare tratti di profonda e sottile ambiguità, a disegnare l’invisibile e l’indicibile con o senza gli eccessi; e non soltanto sul versante sessuale, ma anche o forse soprattutto per quel che concerne i riferimenti culturali, sociali e politici della sua fitta galleria. 

Anche solo a voler ridurre ai minimi termini temporali il semplice segmento filmografico, al di là delle parti in commedia o nel fantastico, nel suo caso abbastanza inseparabili, l’esercizio mnemonico potrebbe riguardare la centrale e genealogica compresenza in L’ambizione di James Penfield (1983), dove Curry diventa tra le righe della cordialità ed estroversione lo specchio di una slealtà di fondo, di casta e di lunga durata, trasversale ai governi. La politica muscolare della Thatcher al tempo delle Falkland negli anni Ottanta segna una svolta antropologica di non ritorno che arriva drammaticamente e drammaturgicamente fino ai giorni nostri, di geo-impolitica caotica: ed è qui che il protagonista Jonathan Price/Penfield sconta da “ambizioso” le conseguenze del doppiogiochismo di allora, ma l’amico infido Curry/Jeremy restituisce, grazie alla scrittura di Ian McEwan e alla regia di Richard Eyre, in veste di contraltare eloquente, ironico e inamovibile, con una sola risata sonora la risibile pretesa della poesia di entrare nelle cose sporche del mondo. Oppure, per restare a una particina, minore ma non minoritaria, già in L’australiano (1978) l’incredulità del personaggio agli antipodi di Curry, che da tre anni non si vedeva sul grande schermo dopo The Rocky Horror Picture Show, si traduce nell’ingenuo e incredulo Robert Graves: in pratica l’autore del racconto stesso alla base del soggetto sviluppato da Jerzy Skolimoswki; tanto da ipotecare l’intera visione dal principio del film e irretire l’incapacità dello spettatore di reggere all’onda d’urto sonora e magica dell’incomprensibile cui la civiltà britannica in Australia e per estensione occidentale veniva condannata per tragica ritorsione verso l’alveo naturale atavico.