C’è un’Eva contro Eva e una Maria/Santa variabile in Eva Marie Saint che si è congedata dal mondo all’età venerabile di 102 anni, e che nel cinema come personaggio cangiante, biondo ed emblematico ha impresso un segno femminile fondamentale. Lo si comprende rivedendola con il senno di poi in una delle sue ultime apparizioni, oltre vent’anni fa, in Non bussare alla mia porta di Wim Wenders, perché inevitabilmente è lei, anziana ma cinematografica e perciò seminale, a far comprendere quel meccanismo edipico che è alla base di tutti i personaggi maschili cari al regista tedesco: costoro infatti inseguono il cinema come l’America, in un rispecchiamento che è anche sintomatico di anaffettività, quindi di difficoltà a costruire una relazione stabile con le donne e frutto di dipendenza dalla figura materna, inseparabile dal segno/linguaggio delle immagini in movimento.

Wenders, per raccontarsi con il complesso della donna/film, non poteva non scegliere l’ex ragazza di Marlon Brando in Fronte del porto di Elia Kazan, centrale nel meccanismo di insofferenza al cospetto del maccartismo; ma questa stessa ragazza che induce, come figura istituzionale il protagonista a cedere, assieme al sacerdote interpretato da Karl Malden, contro i sindacalisti portuali organizzati come struttura mafiosa, poi evolve: e diventa, nell’immaginario collettivo, quindi wendersiano “colonizzato dagli americani”, nella donna fatale erotizzata da Alfred Hitchcock in Intrigo internazionale, mostrando chiaramente l’improbabilità mascolina del ben più anziano Cary Grant mediante il ricorso al feticismo connesso alla “Venere bionda”. La costante hitchcokiana delle bionde perciò desiderabili in quanto tali, vale a dire come sintomo oggettuale, la cui “consumazione” finale e frustrante, perché lasciata al “The End” conclusivo, si traduce dunque nell’allusione liberatoria del treno che entra in galleria.
Il destino cinematografico di Eva che si contrappone a se stessa nell’essere ora ragazza e ora donna, ora santa e ora madre coincide con la dimensione anche onomastica di Eva Marie Saint, la cui condizione di diva defilata ma resistente è oggi più chiara, con il senno di poi. Questa chiarezza di fondo corrispondente al biondo della celebrità, nel momento in cui si commemora la scomparsa della persona fisica, sta tutto in una iconicità che inchioda l’immaturità del soggetto maschile: detto altrimenti, nelle diverse interpretazioni, e con grandi registi i quali, da Fred Zinnemann ad Edward Dmytryk, per restare in una combinazione di riferimenti che riportano al contesto maccartista per diverse piste, Eva Maria Saint diviene una cartina di tornasole di un antagonismo femmineo cortese, tagliente eppure comprensivo: che non schiaccia, ma mette l’altro, l’uomo, il maschio d’azione o condannato ad agire in qualche modo uscendo dall’inazione, con le spalle al muro o sullo schermo, specialmente quello grande della Hollywood classica investita da chiome luminose pronte a rischiararne le ombre insospettabili.