Evitiamo di liquidare Tinto Brass, vero nome Giovanni (Milano, 26 marzo 1933 – Roma, 4 novembre 2026), come il “maestro del cinema erotico”, definizione magari pertinente a guardare la sua produzione post anni '70, ma che certo gli stava molto molto stretta.
Di famiglia carica di allori artistici (nonno Italico ottimo e conosciutissimo pittore che gli diede il nome d'arte vedendolo bambino pasticciare coi colori e paragonandolo a Tintoretto; padre Alessandro penalista di fama), una laurea in giurisprudenza messa da parte per darsi totalmente al cinema, Tinto è stato nel corso di una lunghissima carriera un “cinematografaro” a 360 gradi, colto e, specialmente nei primi anni, particolarmente ricettivo nei confronti degli umori più d'avanguardia del cinema ribelle pre 68ino e radicale.
Due anni come archivista alla Cinématèque Française a cavallo tra '50 e '60 lo avvicinarono alla nouvelle vague, la collaborazione con Rossellini come montatore per India vista da Rossellini e aiuto per Il generale delle Rovere più quella con Joris Ivens per L'Italia non è un paese povero aggiunsero alla passione e all'intelligenza i ferri del mestiere.
Farà il suo esordio da regista con In capo al mondo (1963). Al rifiuto dei censori di dare il via libera alle proiezioni pubbliche lo ripropose, con quell'aria da Pierino anarchico e beffardo che è stato sempre il suo atteggiamento di ribelle insofferente al potere clerical borghesuccio, dandogli toni ancora più accesi col titolo di Chi lavora è perduto, un vero capolavoro libertario assolutamente da recuperare, cui fece seguito il politicamente ancor più esplicito Ca ira (1964).
Da lì, ecco una prima semi giravolta, realizzando con Alberto Sordi alcuni gustosissimi film, tra i più eccentrici della commedia all'italiana, come Il Disco Volante (1964, ricordate “l'immortale” dialogo con la Vitti in preda alla sfrenata passione amorosa: “dime porca che me piase de più!”?) o episodi di La mia signora (1964).

Infaticabile sperimentatore, ha civettato allora con lo spaghetti western (Yankee, 1966), il poliziesco pop (Col cuore in gola, 1967), il simbolismo drammatico allora molto praticato (L'urlo, 1968 ) seguiti dall'erotico Nerosubianco (1969), Dropout, (1970), La vacanza (1970).
Da lì, da “ateo tranquillo” e libertario gaudente decise di lavorare cinematograficamente sul tema del sesso, in relazione al potere economico e alla liberazione dei costumi (ma le femministe lo apprezzarono poco).
Arrivarono i successi, forse letali, in un certo senso. Salon Kitty (1976), il censuratissimo e travagliato Caligola (1979: “Nelle mie intenzioni doveva essere un film di rottura, un iperbolico-ideological-kolossal” dichiarò il regista), l'artistico Action (1980) e l'enorme exploit al botteghino di La chiave (1983) peraltro da Junichiro Tanizaki, in una discesa progressiva in un maelstrom volutamente e beffardamente corrivo: Miranda (1985), Capriccio (1987), la pausa seria di Snack Bar Budapest (1988), il ritorno al “suo” genere con Paprika (1991), Così fan tutte (1992), L'uomo che guarda (1994). Il suo problema, se possiamo dir così, è stato che non attraversò mai il confine della pornografia esplicita. Piano piano il suo nome cessò di fare da richiamo al botteghino e i suoi titoli si fecero sempre più pallidi: Fermo posta Tinto Brass (1995), Monella (1998), Tra(sgre) dire (2000), Senso '45 (2002), Fallo! (2003), Monamour (2005) uscito direttamente in dvd.
Le sale (quelle di allora) devono comunque ringraziarlo così come tante attrici lanciate o ri-lanciate (Stefania Sandrelli, Serena Grandi, Francesca Dellera, Debora Caprioglio, Claudia Koll, Anna Galiena), il mondo cinematografico più serioso lo ringraziò meno. A Venezia vinse solo nel 1971 un Premio Pasinetti per il Miglior film italiano per La vacanza.
Peraltro, nel mondo della cultura di massa, il suo nome è diventato quasi un simbolo, tuttora citato nelle canzoni, sconveniente autore di libretti provocatori (tra cui un vendutissimo Elogio del culo che invelenì non poco il Vaticano).