Natale 1975, una donna fradicia di pioggia bussa a un portone in cerca di qualcuno che non c’è. Il padrone di casa, con gentilezza, la esorta a entrare e a unirsi alla festa in corso. L’accoglienza degli invitati è cordiale, tra educazione e curiosità, e la straniera pensa di sdebitarsi raccontando una storia. La storia parla di Tom – un vecchio barbuto, praticamente un eremita che ha il volto segnato e magnifico di Nick Nolte – che, nel 1953, trova una donna semicongelata nella neve fuori dalla sua baracca. L’uomo la riscalda con il fuoco del camino e la sconosciuta, dopo essersi ripresa, inizia a raccontargli un’altra storia. Siamo ora nel 1903, in un qualche luogo sperduto d’America, dove è una coppia di contadini a salvare dal gelo un giovane misterioso, mentre nei dintorni qualcuno uccide uomini e animali prelevando il cuore delle vittime…
Una storia che contiene una storia che contiene una storia…
Inizia come un gioco di scatole cinesi Company, il terzo film da regista di Casey Affleck, con un intreccio narrativo che ha come tema ricorrente il racconto. Più precisamente il raccontare come forma di intrattenimento e di convivialità: è la narrazione la moneta di scambio e comunicazione che le due sconosciute “mettono in scena” davanti a chi le ha ospitate. Sono dei “racconti da falò”, misteriosi e inquietanti che ripropongono in scenari differenti – un contesto sociale, uno solitario, uno familiare – il medesimo meccanismo.
L’estetica – il suo look – del film, quasi totalmente fatto di spazi bui, illuminati principalmente dalla luce del fuoco, è elegante ma vagamente minacciosa; la narrazione è scandita da una frequente voce fuori campo che vuole infondere un significato narratologico, più ancora che letterario, allo svolgersi degli eventi. Affleck sembra voler sedurre con il suo andamento lento, con il fluido andirivieni temporale, con un sapore perturbante – quell’eerie caro a Mark Fisher che così bene rappresenta l’anima stessa del gotico americano.
E se all’inizio del film vediamo che il racconto nasce dal senso di “essere accolti” nella propria casa da sconosciuti di buon cuore, il colpo di scena centrale del film – che arriva improvviso e in un certo modo sorprendente – sembra quasi ribaltare l’assunto iniziale: cosa nasconde l’anima di facciamo varcare la nostra soglia? Cosa porterà nelle nostre vite? Chi è, davvero, l’estraneo che abbiamo di fronte? Company, in maniera didascalica, incornicia il suo film – che a tratti sembra avere la pretesa del conte moral ad effetto – con le note di Shelter from the Storm di Bob Dylan. «I came in from the wilderness, a creature void of form. Come in, she said, I′ll give you shelter from the storm» («Arrivai dalle terre selvagge, come una creatura senza forma. Entra, lei disse, ti darò riparo dalla tempesta»): più che una semplice colonna sonora, queste parole potrebbero essere un esrgo, quasi un paratesto di Company.
Ma lo spunto teorico, l’ansia da prestazione seduttiva che emana dalla struttura narrativa, la non impeccabile coerenza nella scelta del cast – nella parte del fascinoso e forse maledetto Caleb, che sconvolge l’umile esistenza dei coniugi contadini, il figlio di Affleck, Atticus, sembra una versione imbronciata e acerba di Timothée Chalamet – creano momenti di inciampo che intorpidiscono il racconto. In fondo Company è un film a suo modo godibile, ma vittima di ambizioni troppo alte che non sempre riescono a generare esiti soddisfacenti. Un impianto teorico che accavalla suggestioni e tematiche senza trovare il necessario spessore, riducendo il tutto a un elegante, ma un po’ vuoto, esercizio di stile.