Concorso

Un bon petit soldat di Stéphane Brizé

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Di tutti i film sul mondo del lavoro realizzati da Stéphane Brizé da La legge del mercato in poi, dopo i successivi In guerra e Un altro mondo, Un bon petit soldat è quello maggiormente concentrato sul linguaggio.

Protagonista è la quarantenne Carla (un’ottima Alba Rohrwacher), brillante responsabile delle risorse umane da poco assunta in una grande compagnia assicurativa di Parigi, professionista impeccabile ma insicura, madre di un ragazzino che frequenta le scuole medie ed ex moglie di un uomo che si occupa di suo figlio la maggior parte del tempo. Pressata dalle richieste di un capriccioso amministratore delegato (Vincent Lindon), vittima di un condizionamento psicologico che nella compagnia coinvolge ogni dipendente, dai massimi dirigenti ai meno qualificati, Carla si fa travolgere dalle aspettative, dai ritmi di lavoro stressanti, dal terrore dei suoi responsabili, finendo per riversare la frustrazione sul marito e soprattutto sul figlio (spaventata che gli scarsi risultati scolastici del ragazzo possano precludergli la scalata sociale a lei riuscita), senza reagire al sistema di sfruttamento nel quale è implicata, e del quale è complice.

Brizé elimina tutte le possibili digressioni o frange della trama, aperta e chiusa da due paradossali, ridicole, spaventose riunioni per stabilire il video promozionale della compagnia. Il film mostra unicamente i momenti di lavoro della sua protagonista, quasi sempre chiusa in ufficio, coinvolta in un briefing coi colleghi o in qualche stupida attività di gruppo, al telefono col figlio o con la psicologa a New York, intenta a litigare con l’ex marito o a guardare i video che lui e il figlio le mandano dal luna park, costretta a partecipare alle riprese del video promozionale e a gestire uno spinoso possibile caso di mobbing…

Lungo un filo sottile che comprende sia il dramma sia l’ironia, Un bon petit soldat entra nei luoghi inaccessibili del potere contemporaneo (l’immagine più ricorrente è quella di Carla che ogni mattina ritira il badge per entrare nell’ingresso del grattacielo in cui lavora, quasi non appartenesse a quel luogo) e ne mostra alla consueta di Brizé - macchina da presa in movimento lento e continui, spazi ingombri di figure, fotografia sgranata, la protagonista spesso nascosta, fagocitata, estromessa dal centro dell’inquadratura - l’alienante ottusità.

Le immagini pacchiane, pubblicitarie, dunque manipolatorie, su cui il film si apre e si chiude, e soprattutto l’incomprensione che queste generano al tavolo dei dirigenti, creano a una realtà quotidiana (realistica e insieme immaginaria) del lavoro che è di per sé ambigua, servile, bugiarda, e dunque a un ambiente in cui niente, se non la voce del padrone (e dunque la legge del guadagno e del mercato), ha senso – né l’impegno, né l’abnegazione, né la buona fede.

La riflessione del regista francese sulla crisi contemporanea del mondo del lavoro, e non da ultimo, in quanto regista e non sociologo, sul problema della sua rappresentazione, giunge così con Un petit bon soldat a un punto estremo, per certi versi più radicale ancora di quello raggiunto con In guerra. Nel film il lavoro quasi non c’è, il massimo dell’impegno Carla lo mette per un video promozionale, o per gestire uno scontro fra una responsabile e un’impiegata poco efficiente, e la macchina di cui la donna fa parte sembra procedere di per sé, troppo grande per essere vista nel modo corretto, troppo sicura di sé per essere fermata, troppo tronfia e potente da ammettere deviazioni.

Il film stesso, volutamente ripetitivo, quasi scioccato e stupefatto nel seguire la deriva di Carlo verso il burnout, sembra ingabbiato nei meccanismi della macchina celibe che racconta e della quale offre una rappresentazione quasi grottesca che straborda nella vita privata delle persone coinvolte. Ne sono prova non tanto le discussioni rabbiose di Carla col figlio, ma le pietose riunioni di cooperazione aziendale o peggio ancora telefonate con la psicologica, così presa anche lei dalla lingua del privilegio e della sicurezza da non accorgersi del ridicolo in cui vive…

Un petit bon soldat non aderisce certo al mondo che rappresenta, questo no, ma finisce forse per replicarne semplicemente la linearità feroce. Rispetto ad altri lavori di Brizé non ha scarti, né fratture, né coraggio. E in questo, forse, è un po' come la sua protagonista. È certamente un ritratto fedele, anzi crudele, dei nostri tempi, ma arriva forse in ritardo, o come un compito ben fatto ma dovuto, nel suo sconsolato e sconfortato realismo.