I romanzi e i film del palermitano Giuseppe Schillaci sono ispirati dall’esigenza rigorosa di documentare le realtà anche contraddittorie di un’epoca e di un contesto, esigenza che è indissociabile da una profonda empatia per le culture della marginalità. Nel romanzo L'anno delle ceneri (Nutrimenti, 2010), la rievocazione della borgata palermitana di Buon Riposo nel 1948, con l’incombere della Mafia, si fonde ad una dimensione mitica e arcaica peculiare di quel mondo. In uno dei suoi film più recenti, Bosco Grande (2024), Schillaci ha invece raccontato la Palermo contemporanea dal punto di vista di un obeso tatuatore, già leggenda locale del punk punk, che si è impegnato provocatoriamente contro la mentalità borghese e la cultura mafiosa dell'epoca (essendo tra l’altro figlio disconosciuto di un boss). Anche Auber 89 è incentrato su un determinato acquario sociale, raccontato dall’interno, da un testimone che l’ha vissuto in prima persona. Il nuovo film – scritto insieme a Gabrielle Culand, coproduzione franco-italiana realizzata da Véronique Holley e Raffaele Ventura, distribuito dalla Revolver di Paolo Maria Spina e da Alberto Valtellina – è nato dall’incontro con Patrice Lutier, un architetto artefice dell'ambizioso progetto di riqualificazione urbana partecipata dei complessi residenziali popolari a Aubervilliers, banlieue alla periferia nord di Parigi. Durante i lavori di ristrutturazione degli anni '80, concepiti per migliorare le condizioni di vita della comunità, Lutier filmò ore e ore della vita degli abitanti di Aubervilliers. Dopo quarant’anni, ha voluto aprire le porte degli archivi comunali a Schillaci, fornendogli oltre cento ore di filmati inediti, registrati all'epoca nei formati Hi8, Betacam e U-Matic e conservati negli archivi della televisione nazionale francese e soprattutto dell’emittente locale Télé Alphonse Jouis.
«Mentre guardavo queste registrazioni – ha detto Schillaci – provavo una strana sensazione, come se quelle immagini facessero parte dei miei stessi ricordi d’infanzia, ambientati in un quartiere popolare di Palermo. Forse tutte le periferie si assomigliano». E ancora: «Quelle immagini mi ricordavano la mia infanzia a Palermo. Una vita che non è la mia, ma che sento come se fosse mia». È scaturito quindi un processo emotivo di riconoscimento, generato da alcune consonanze: la stessa epoca vissuta dallo scrittore-regista nella sua giovinezza e soprattutto lo stesso tessuto sociale popolare, ritrovato in un’altra geografia, in un’altra cultura. Ma Schillaci non ha voluto mettersi in primo piano e ha cercato un altro io che fungesse da narratore, qualcuno che avesse veramente vissuto la storia di quei luoghi in quel periodo. Non era solo una questione autobiografica: voleva trovare uno sguardo e una testimonianza dall’interno di un periodo molto particolare degli ultimi cinquant’anni: un'epoca che, pur essendo ormai lontana dal ‘68, ne rifletteva ancora alcune utopie, come l’importanza della condivisione collettiva e comunitaria.
Probabilmente Schillaci era anche attirato dal fatto che gli anni '80 siano stati l’ultimo decennio del tutto immune dalla virtualità, dove ancora nessuno possedeva telefonini e neanche computer e quindi viveva una forma di esistenza completamente diversa da quella che si sarebbe configurata appena un decennio più tardi, soprattutto negli ultimi trent’anni. Gli anni ‘80, nel quartiere popolare di Aubervilliers, inoltre, erano il periodo della lotta di un’intera comunità contro la disoccupazione, il razzismo, la dipendenza dall’eroina.
Visionando i filmati, Schillaci ha riconosciuto, fra gli abitanti più giovani, un volto celebre in Francia: l’attore franco-algerino Fatsah Bouyahmed, famoso per ruoli di caratterista e anche di protagonista perlopiù di commedie, dove interpreta personaggi di spiccata umanità, timidi, goffi e umili (In viaggio con Jacqueline, 2016, di Fred Cavayé, Le Invisibili, 2018, di Louis-Julien Petit, La signora delle rose, 2020, di Pierre Pinaud, Le Médecin imaginaire, 2022, di Ahmed Hamidi). Schillaci ha dovuto vincere le sue resistenze a collaborare al film, dove lo vediamo assorto a guardare scorrere le immagini dei luoghi che da giovane ha abbandonato per realizzarsi come attore. Bouyahmed, inoltre, è reduce da un incidente che gli ha causato problemi di amnesia e quindi per lui avere scoperto quelle immagini ha significato anche poter recuperare brandelli della propria memoria sommersa. Ma soprattutto Bouyahmed diviene il testimone che decifra il senso che quelle immagini del passato possono nascondere, accanto ad altre il cui contenuto è trasparente.
Ecco, a proposito di queste ultime, l'impegno e la sincerità evidenti del sindaco comunista Jacques Ralite, che ha cercato di diffondere la cultura nel quartiere, favorendo la diffusione e la frequentazione delle biblioteche. Ecco Jean-Pierre Ballais, un sindacalista attento ai problemi di tutti: a Schillaci ricorda lo zio comunista che viveva in un quartiere operaio a Palermo, «la stessa fierezza febbrile». Ecco Lutier e la sua équipe che si recano di porta in porta per filmare gli abitanti che si esprimono sui problemi del quartiere e condividono le loro proposte per la ristrutturazione. Bouyahmed ricorda una famiglia stupita che ci fosse un bagno e i bambini che correvano per cercarlo: ed era una famiglia di francesi bianchi.
Ancora, ecco il malessere di una giovane francese bianca che vive in un appartamento: «Mi ricorda alcuni ricordi che vorrei scordare qui. Vorrei andarmene da qui. Credo che si cerca sempre di fuggire da qualcosa ma in realtà non si fugge». Non specifica quali siano i problemi ma la sincerità del suo disagio è evidente. Altrettanto evidente è la macchia di umidità che ricopre il muro di un atrio: «Vivevamo in dei palazzi marci!», osserva Bouyahmed che ricorda anche un episodio di razzismo vissuto dalla sua famiglia su un autobus, quando alcuni teppisti li presero di mira, insultandoli e, ricorda, «mio padre è diventato piccolissimo», devastato da «quella paura che cresceva, del Front National, dei fascisti». Una paura che si sommava a quella della disoccupazione: «Negli anni '80 tutti avevano qualcuno disoccupato in famiglia e la disoccupazione faceva paura».
Schillaci inserisce brevemente nel film anche le immagini delle baraccopoli a Aubervillers tratte da un filmato della fine degli anni ‘40, dove quelle che sembrano rovine della Seconda guerra mondiale rivelano invece lo stato fatiscente e di abbandono riservato all’epoca alle abitazioni operaie.
Ancora più significativa è la realtà che si cela nelle immagini “decifrate” da Bouyamed: per esempio, nelle riunioni sulla ristrutturazione, dove partecipano tutti, non ci sono i genitori degli immigrati ma solo i loro figli. Nonostante venissero puntualmente invitati anche gli immigrati adulti, questi preferivano non andarci, perché erano inibiti. «Non erano abituati a dialogare» perché risentivano ancora delle condizioni coloniali, sottolinea Bouyahmed.
La sequenza più straziante è quella in cui l’attore evidenzia il gesto di una ragazza figlia di immigrati, che alza la mano per chiedere la parola ma nessuno le presta la minima attenzione: «E finisce per desistere. Lì, è detto tutto. Voglio parlare ma nessuno mi dà la parola». È l'immagine di una discriminazione sociale che, al di là delle parole progressiste, era ancora una realtà concreta e quindi è il referto di un fallimento politico e culturale dove Bouyahmed individua l'origine della rabbia e dell'odio che molti giovani figli o nipoti di immigrati faranno scoppiare nelle banlieue durante il decennio successivo (vediamo infatti le immagini di un film emblematico su quel drammatico fenomeno: L’odio, 1995, di Mathieu Kassovitz).
L'ultima cassetta sulla riqualificazione risale al 1989, poi vediamo alcune immagini della demolizione di una parte dei quartieri popolari di Aubervilliers nel 1995, in concomitanza, non casuale, con il moltiplicarsi delle rivolte nelle banlieue francesi. Trent’anni dopo, a Aubervilliers il comune si appresta a demolire di nuovo una parte dei suoi quartieri popolari per riqualificare il quartiere. Questa volta ci saranno meno case popolari e più abitazioni private. L’amaro commento finale di Schillaci è: «Si costruisce, si distrugge, si ricostruisce, ma arriva un momento in cui non si riesce più a riparare le cose, a curare i nostri corpi, le nostre relazioni, i nostri edifici. Fin qui, tutto bene». Alle utopie sociali, pur contraddittorie e smagliate da errori, che ancora resistevano negli anni Ottanta, è subentrata un’indifferenza alimentata da un individualismo che può generare conseguenze devastanti. Auber 89 è al tempo stesso un saggio antropologico e un monito sincero a non dimenticare il valore essenziale della collettività.