I Natali? Quasi mai sereni sullo schermo, sulla scena o sulla pagina.
Non fa eccezione il film di Edoardo De Angelis, in concorso alla Mostra Internazionale del Cinema. Qui, nel ben arredato appartamento milanese in cui vive da anni Antonio, dove si è fatto una famiglia di tipico decoro borghese, editor con la pena di non essere mai riuscito a fare lo scrittore, la vigilia del 25 dicembre è terremotata dall'arrivo da Napoli della madre Angela, ovvero: aggressiva, insolente, anti-settentrionale, qualunquista, insomma una brutta parola per tutti.
Al figlio: «eri moscio quando eri bambino, mo' sei moscio pure ora», mentre la moglie molto bene educata pazienta sono pochi giorni e poi, al limite, «se non se ne va lei, me ne vado io». Ma ce ne ha pure per l'altra figlia che frequenta un buddista (e ce n'è una terza che manco si presenta) e per i nipotini adolescenti, uno che studia danza e si definisce bi-gender e l'altra vegetariana.
Sarà una serata che dal comico che sfiora il grottesco - strepiti e battutacce, cucina gestita con dispotica protervia dalla anziana Angela, cui nessuno osa dire che non sa più cucinare - scivola progressivamente sul drammatico e sul doloroso (peraltro le avvisaglie ci sono tutte e il regista non le nasconde) con il fuoco d'artificio che esplode con l'arrivo del vecchio scrittore che si autoinvita praticamente, occasionalmente solo e costituzionalmente marpione: «tutti abbiamo qualcuno che ci fa camminare sulle uova».
Dal romanzo dal titolo omonimo (che si dice parzialmente autobiografico) di Antonio Franchini (Feltrinelli), con sceneggiatura di Francesco Piccolo, Ilaria Macchia e lo stesso regista, un lavoro con battute gustose e situazioni azzeccate, girato quasi tutto nell'appartamento. Ha però la pecca di non rispondere appieno all'interrogativo sulla protagonista: da dove arriva questo suo rancore a 360 gradi contro tutto e tutti, quasi incistato in lei, che si riversa sui parenti stretti, tutti angariati da una cattiveria che riesce a provocare ferite e lacerazioni su chiunque? Soprattutto sul figlio che è scappato a Milano e di cui questa altro non è che la serata della definitiva resa dei conti. Perchè ha il fuoco che le brucia dentro, «una cosa che mi parte dai piedi e mi arriva sino ai capelli».
Edoardo De Angelis è un regista che sa maneggiare tutti i generi, il comico dall'esordio di Mozzarella stories (2011), la crime story con Perez (2014), il drammatico folklorico (Indivisibili, 2016), il bellico eroico (Comandante, 2023). La sua qualità più preziosa è quella di sapere dirigere gli attori (si vedano anche le regie televisive eduardiane) e di scegliersi trame capaci di non seguire sentieri strabattuti, il difetto, almeno qui in Il fuoco che ti porti dentro, è una certa mano pesante che trova escamotages facili, ironizzando sulla tipologia un po' macchiettistica della contemporanea famiglia chic milanese, con una fragorosa carola natalizia sparata a tuttto volume nella sua essenziale “arcaicità” folk quasi a distorcerla.
Comunque i due protagonisti offrono performances di livello assoluto, a partire da Vanessa Scalera, occhiaie, sigaretta storta e sorriso cattivo e Lino Musella, vittima presa tra due o tre fuochi (la madre, la moglie, lo scrittore che sta agganciando professionalmente) e che verso la fine esploderà, con la moglie sciura che lo inchioda «penso che tu sia uguale a lei».
Cinema a tutto scontro, retorico e scontato in qualche carattere secondario, ma alla fine innegabilmente vivido.