«Siamo Oxymoro, un collettivo di creativi che si fonda sul contrasto.
Pratichiamo ARTE CRUDA: viscerale, sporca, e empatica.
Non siamo una casa di produzione né un’agenzia. Siamo una squadra, una visione comune, un futuro.
Ogni progetto per noi è un incontro, ogni storia è un’opportunità.
Ascoltiamo, interpretiamo, trasformiamo. Perché la creatività non è solo estetica, ma connessione.
Permettici di entrare nel tuo mondo e diventarne portavoce.
Siamo feroci, pulsanti, vivi. Arte cruda».
Così si definisce il collettivo che ha realizzato, per la regia di Ilaria Braccialini e Federica Oriente, il film vincitore del Premio Corso Salani al Trieste Film Festival 2025, Il canto di Alina, formato dalle suddette con Giulia Destro, Denis Shalaginov, Luca Sirtori e Daniele Talenti, studenti del corso in Video Design dello IED di Milano. Una più incline alla scrittura e l’altra alla direzione video, le registe e i loro collaboratori hanno effettivamente realizzato un film che trabocca di energia “cruda” e che è “sporco”, grezzo nel suo realismo, per rappresentare una storia che non ha nulla di consolatorio, quella di due giovani donne moldave, arrivate in Italia dalla rotta balcanica, che si ritrovano a essere vittime, con altre ragazze provenienti dalla stessa zona dell’Europa, del racket della prostituzione. E su questo versante, che è quello che interessava innanzitutto le registe, il realismo dell’opera è legato prima alla partecipazione di Braccialini a un progetto teatrale carcerario che coinvolgeva delle ex prostitute, poi alla frequentazione (da parte di entrambe le registe) di associazioni di aiuto e reintegrazione delle vittime della tratta e della prostituzione coercitiva criminale; per cui la storia drammatica delle due protagoniste trasuda verità e potenza, oltre che verosimiglianza. Il passo che va oltre il dramma è dato dal prosieguo della storia: mentre Alina, la ragazza più grande ed esperta, soccombe tragicamente alla situazione in cui si trova, Johana, la più giovane, riesce a sfuggire al suo aguzzino e, dopo avergli sottratto un’arma, rapisce un tassista obbligandolo a portarla fuori dal paese, in Austria, il luogo in cui sognava di recarsi Alina. E qui ha inizio il film vero e proprio, che è un road movie improvvisato, rocambolesco e toccante nella sua crudezza, in cui tra la ragazza e il suo autista si instaura un rapporto di rispetto e solidarietà, fino al finale straziante. Che esprime la forza di un personaggio risoluto nel fare ciò che ha deciso di fare, costi quel che costi. Per sopravvivere. Per non fare la fine dell’amica. «Un film grezzo, in qualche modo, perché rappresenta lo spirito del personaggio», come ha avuto occasione di dichiarare Oriente, che per tratteggiare le protagoniste ha fatto ricerche sulle fotografie degli anni ‘90, come quelle di Nan Goldin: foto «polverose e spontanee» che hanno contribuito all’intenzione delle registe di «pensare tramite il corpo e le sue necessità fisiche, in cui ritrovi in modo implicito gli elementi della terra e dell’acqua», scavando, entrando nella materia e continuando a indagare quella che è la dimensione fisica delle persone, quindi appunto il corpo dei personaggi, per l’impatto anche emotivo che può avere.
Arriviamo così al primo punto forte del film: la scelta di stare (spesso con la camera a mano, comunque con riprese molto ravvicinate e “sporche”) sui volti e soprattutto sui corpi delle protagoniste, scegliendole, una, Adriana Papana, modella moldava che lavora da anni a Roma, per la sua bravura anche come attrice, e l’altra, Caterina Truci, per l’energia che emanava, anche se non era una ragazza dell’Est. Due volti interessanti, intensi ed espressivi, a rendere in maniera toccante un dramma che è, oltre che intimo, sociale. Il secondo punto di forza dell’opera sta nell’asciuttezza dei dialoghi, scarni ed essenziali, e - per contrasto - nella ricchezza delle immagini, sul piano della fotografia ma soprattutto su quello cinematografico, attraverso uno stile appunto grezzo e nervoso, che dice dell’asprezza dei personaggi e delle situazioni.

La giuria del Trieste Film Festival ha assegnato il premio al film «per la capacità di dare corpo ed energia a una storia drammatica e attuale, valorizzando il proprio sguardo femminile, saldo ed empatico, nel racconto di un personaggio alla disperata ricerca di un futuro».