Ibridazioni di Alberto Valtellina

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Da Wikipedia, alla voce IBRIDO: “Individuo generato dall'incrocio di due organismi di specie diverse che differiscono per più caratteri. Nell'ambito delle scienze biologiche, il termine assume differenti significati: un primo significato si riferisce al risultato di un incrocio tra due animali o piante di diversi taxa […]; il secondo si riferisce ad incroci tra le popolazionirazzecultivar o varietà botaniche ma all'interno di una medesima specie, per esempio in agronomia (in questi ambiti gli ibridi sono comunemente prodotti e selezionati artificialmente […]); in senso non tassonomico, in genetica, per ibrido si intende un generale caso di eterozigosi nella prole derivante dall'incrocio di genitori omozigoti, con diversi sotto casi. In senso colloquiale infine, senza alcuna connotazione scientifica, per ibrido si intende un organismo, reale o di fantasia, spesso con caratteristiche mostruose, che coniuga le caratteristiche di due esseri anche completamente differenti, e per estensione si proietta metaforicamente, per similitudini, il concetto anche al di fuori dei viventi come ad esempio in veicolo ibridomotore ibrido, […] parole composte in modo eterogeneo, eccetera”. Ibridazioni, l’ultimo lavoro di Alberto Valtellina, può rientrare in queste definizioni in quanto, nonostante il termine si riferisca all’ibridazione nella floricoltura (“In botanica si utilizzano i processi di ibridazione al fine di modificare alcuni caratteri, farne emergere di nuovi, costituire nuove varietà: i fiori femminili vengono impollinati esclusivamente col polline della varietà selezionata ricorrendo ad accorgimenti che impediscano l'impollinazione da parte di altre piante, nelle specie dioiche, o dalla stessa, nelle specie monoiche”, sempre da Wikipedia), il lavoro stesso – un documentario – sta in una sorta di terra di mezzo tra il memoir e l’analisi economico-sociale di un territorio, raccontando da un lato il ritorno al luogo natio (alle origini, quindi) di Maurizio Sapia, fotografo sanremese, con un passato da ciclista, che vive a Milano dagli anni Ottanta, e dall’altro i cambiamenti che la cittadina ligure ha subito in relazione alla sua fonte primaria di sussistenza, il mercato dei fiori, ora (dagli anni Novanta) profondamente mutato. Il film stesso inizia con tre momenti diversi: una sequenza (lo scopriremo alla fine) dal film del 1961 Il calabrese di Alfredo Moreschi, “il fotografo di Sanremo”, che troviamo a un certo punto tra i testimoni del “tempo perduto” e a cui il film è dedicato, dopo la morte nel 2025; l’inquadratura fissa e lunga di un bancale (di fiori?) coperto da un grosso telo nero che si muove nel vento; la sequenza in cui compare Sapia che, in bicicletta e casco, percorre le strade invernali e nebbiose intorno a Milano, ma forse già in Liguria. Comincia quindi il racconto: il fotografo arriva a Poggio, frazione collinare di Saremo, a trovare la madre e la zia, entrambe lavoratrici della floricoltura degli “anni d’oro”, quelli tra i Cinquanta e gli Ottanta (ma soprattutto quelli del boom economico, gli anni Sessanta), per indagare questo spazio - tempo e comprenderne gli aspetti significativi, anche in riferimento all’oggi. Per fare questo intervista varie persone, i coltivatori di fiori del passato ma anche i gestori del nuovo mercato, che gli spiegano che il principale metodo di vendita degli ultimi anni è l’asta, e poi storici e fotografi (Moreschi, che gli parla anche del festival della canzone e della Milano – Sanremo di ciclismo che, fatalità, passa per Poggio) e membri dell’IRF, l’Istituto Regionale di Floricoltura.

Scopre così che il mercato sanremese dei fiori, che la madre dà per morto con gli anni Novanta, non è morto ma (lo si diceva) cambiato, gestito ora, anche, da immigrati di origine africana (uno di essi è tra gli intervistati) che, da braccianti, hanno acquistato dei terreni (delle “campagne”, come si dice lì) e li hanno coltivati; scopre che questo cambiamento è avvenuto per motivi diversi, non solo l’apertura all’Europa come dice la madre, ma anche la possibilità di coltivare grandi estensioni in altre zone del mondo, i trasporti per via aerea diventati più economici, l’ampliamento del mercato di Amsterdam, divenuto riferimento internazionale, l’aumento del costo del gasolio per il riscaldamento delle serre, le difficoltà della coltivazione sanremese poiché le “fasce”, come sono chiamate le parti preparate per la coltivazione dei fiori, sono “strappate” al terreno impervio e le estensioni delle “campagne” sono limitate. Scopre, poi, che oggi il mercato principale non è più quello del garofano (o della rosa), come un tempo, ma quello del ranuncolo, seguito da peonie, anemoni e fiori di eucalipto; che l’esportazione riguarda principalmente la Francia ma anche Germania, Olanda, Svizzera e, secondariamente, Stati Uniti e Russia; che il concorrente principale, oggi, a livello di mercato internazionale, è l’Olanda; che la produzione dei garofani, dopo la semina che segue l’incrocio, seleziona da 2 a 5 varietà di fiori dalle 18-20mila di partenza, attraverso passaggi successivi, nell’arco di 5 anni; che i rami di eucalipto possono essere “stabilizzati”, cioè prendere dei colori diversi da quelli originari, che si mantengono per una decina d’anni; e come avviene l’impollinazione, quindi l’ibridazione, delle rose. Ma soprattutto apprende che, a livello sociologico, come oggi sono presenti migranti extracomunitari che rilevano terreni per coltivarli a fiori, negli anni Sessanta c’è stata una migrazione imponente, verso Sanremo, di lavoratori abruzzesi, tanto che attualmente, dei circa 200.000 abitanti della cittadina, 35.000 provengono dal centro Italia, oltre che dalle regioni del Sud; e che, negli anni Novanta, sono stati i genitori floricoltori a “mandare via” i figli perché cercassero lavoro altrove e trovassero così, magari in città più grandi e ricche, un futuro migliore.

Un film di incontri quindi, di persone, di autenticità perduta e ritrovata, da Sapia ma anche dal suo alter ego Valtellina, che lo segue intervallando le interviste alle persone del posto, che vengono puntualmente fotografate, a sequenze descrittive del paesaggio sanremese, comprese quella (muta, con musica extradiegetica) sul festival della canzone e quella sui vicoli del centro storico. La cosa forse più interessante in tutto questo, sul piano cinematografico, oltre alla fotografia pulita e raffinata al contempo, è l’uso della musica, di Petra Valtellina e dell’Ear to the Earth Ensemble: un contrappunto contemporaneo, a tratti straniante, ad immagini che rimandano al passato con la volontà recuperare, e illustrare a noi spettatori, una realtà socioeconomica, ma anche storica, che la modernità ha mutato decisamente, ma non ha distrutto.