Adriano Valerio, CASABLANCA

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È un flusso di immagini, poetiche, Casablanca di Adriano Valerio (2023), presentato alle Giornate degli Autori in Notti veneziane: piani ravvicinati, campi medi e poi lunghi, riprese aeree della città del titolo nella parte finale e luci, ombre, aria, terra, cose, animali, persone, filmati nel corso di sei anni, dal 2016 al 2022, a partire da un cortometraggio, Mon Amour, Mon Ami (2017), di cui questo documentario è la continuazione. Anche se, come spesso in questi casi, parlare di documentario non è esatto, perché l’opera, raccontando la storia dell’incontro tra Fouad e Daniela, mescola realtà e finzione in modo sentito e autentico, ritraendo i due personaggi, o per meglio dire le due persone reali, in tutta la loro verità. Cercandola, la loro verità. 

Il progetto ha un’origine curiosa: nel 2016 Adriano Valerio si trovava a Gubbio per presentare il suo lavoro precedente, Banat – Il viaggio (2015), e in un bar ha incontrato Fouad, che gli ha raccontato la sua storia: l’origine marocchina (di Casablanca), una decina d’anni in Italia senza riuscire ad avere il permesso di soggiorno, nemmeno quello per i problemi di salute che lo affliggono, il desiderio di tornare dai suoi senza poterlo fare, l’incontro con Daniela, una donna pugliese, ex alcolista con una vita difficile, ancora preda dei “demoni” del passato, e la promessa di questa di sposarlo, per fargli avere il documento; promessa che poi non manterrà, perché si accorgerà che, forse, lui si sta innamorando di lei, ma che non impedirà la nascita di un’amicizia o comunque di un’intimità tra i due, fatta di tre anni di convivenza prima che lui decida, dopo undici anni nel nostro paese, di tornare in Marocco. Dove però, come si vede nell’ultima scena, si rende conto che Daniela gli manca terribilmente, in una città in cui, in quel momento, arriva a perdersi a due passi da casa; che non è più veramente sua. Valerio decide quindi di raccontare per immagini la storia di Fouad e di Daniela, cominciando dalla fine, la partenza per Casablanca, e ripercorrendo il periodo precedente a questa in senso non cronologico ma legato all’evolversi della relazione, al sentimento che si sviluppa tra i protagonisti, con alti e bassi, cadute e riprese, vicinanza anche quotidiana e incomprensioni, con lo scopo non tanto di documentare una situazione di (doppio) disagio esistenziale e di (doppia) esclusione sociale, quanto di mostrarci, per tocchi delicati e per accenni, una storia d’amore e di sogni. Così riprende i due per tre volte, nel 2017, nel 2019 e nel 2021, e «come per magia», racconta, il film «ha cambiato forma nel tempo, a un certo punto era più un film sull’immigrazione, poi sul rifiuto della comunità, poi un film su Casablanca e sul sogno di vivere in un’altra città, per poi rendermi conto nel montaggio che era diventata sempre di più una storia d'amore, semplicemente». Anche se l’intento politico rimane, in questa vicenda che riprende, al contrario, quella del film precedente, per quanto attiene al tema (della difficoltà) delle migrazioni.    

L’interesse dell’opera è però anche, o forse soprattutto, cinematografico, dal momento che la storia di Fouad e Daniela viene narrata in una rapsodia di immagini, si diceva, poetiche e immaginifiche, seguendo il filo tematico del tempo e quello “tecnico” della luce, o meglio del rapporto tra luce e ombra: si apre e si sviluppa per molta parte nell’oscurità e nel silenzio, e nella lentezza; contempla squarci di luce nella parte centrale, a tutti i livelli, aprendosi anche al dialogo tra i due e a riflessioni sulla vita e sulla società, ma soprattutto sulla vita e sulla morte; e sembra aprirsi del tutto nell’ultima parte, a Casablanca, con la luce dell’Africa e la camera che vola sulle abitazioni chiare di questa città così connotata, salvo chiudersi nel finale malinconico, accompagnato dalle note di Nessuno nella versione di Tonina Torrielli, a dare al tutto un tono un po’ rétro. Complice la fotografia di Diego Romero Suarez-Ilanos e Jonathan Ricquebourg, che rende vive e morbide le splendide inquadrature di cui l’opera, girata in 32 mm, si compone.