Giochi Olimpici di Ludoj, 2024. Tre atlete, Alex Sokolov (tiro a segno), Giovanna Falconetti (scherma) e Alice Bellandi (judo), si sottopongono ad allenamenti fisici (e psicologici) durissimi al poligono di tiro, in palestra, sul tatami e anche in acqua, gestendo faticosamente lo stress e la tensione per l’evento che rappresenta il culmine della loro carriera. Il regista Giulio Bertelli, in questo suo film d’esordio, Agon, in concorso alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia 2025, vincitore del Premio FIPRESCI come Miglior Film nelle sezioni Orizzonti e sezioni parallele e del premio Luciano Sovena per la miglior produzione indipendente, questa fatica ce la mostra tutta, e la fatica non sembra essere poi compensata da altrettante soddisfazioni, dal momento che le sue atlete subiscono tutte un imprevisto (denuncia, infortunio procurato e infortunio subito) che le mettono fortemente in crisi, oltre a comportare conseguenze concrete. Come se lo sport affrontato in maniera così ossessiva e competitiva, con l’ausilio dei migliori strumenti tecnici per l’allenamento e la misurazione dei risultati, fosse il frutto di una realtà esterna a sua volta competitiva e basata sulla produttività e sull’efficienza, che non porta da nessuna parte; o forse sì, da qualche parte lo sport porta e gli atleti li fa anche vincere, ma di certo (per come ce lo mostra questo film) non li porta a socializzare e magari solidarizzare, né a sentirsi in pace con se stessi, sereni e orgogliosi dei risultati ottenuti.
Ma andiamo con ordine. Il film, lo ha dichiarato lo stesso Bertelli (che, per inciso, è il figlio di Miuccia Prada, ha studiato architettura a Londra, gestisce uno studio di ricerca e design e, ora, un’azienda di alimenti liofilizzati ed è un velista professionista) parte da un assunto preciso: evidenziare la contraddittorietà dell’affermazione di De Coubertin secondo cui le discipline olimpiche e in generale lo sport, che è nato in tempo di pace come allenamento per gli esercizi bellici, deve sostituire la guerra e «creare uno stile di vita basato sulla gioia dello sforzo, sul valore educativo del buon esempio e il rispetto universale dei principi etici fondamentali», mentre in realtà l’atletismo, diventato professionistico, normato e infine spettacolarizzato, tende ancora pericolosamente verso la guerra, anzi di questa incarna lo spirito (competizione e bisogno di vincere a tutti i costi), diventando qualcosa di triste e solitario, che nega la vita anziché esaltarla.

L’autore quindi immagina delle false Olimpiadi che si svolgono a Ludoj, che significa “giochi” in esperanto ma ha anche altri riferimenti, rimandando come assonanza a Lugoj, la cittadina rumena in cui nacque Bela Lugosi, e richiamando chiaramente il “ludus”, il “gioco” latino, e ci piazza delle false atlete, o meglio due attrici che interpretano due atlete e una vera professionista, Alice Bellandi, medaglia d’oro a Parigi 2024, che interpreta se stessa, anche nei momenti di sconforto che realmente ha vissuto in alcune fasi della sua vita (nel film, dopo un infortunio); dando ad ognuna di esse un riferimento simbolico: per Giovanna Falconetti è Giovanna d'Arco a causa del processo che le ha accomunate, visto qui come una forma di moderna Inquisizione; per Alice Bellandi è Cleopatra, per il suo interesse nei confronti del corpo e della medicina; e per Alex Sokolov l'ufficiale di cavalleria Nadezhda Durova, che ha combattuto, travestita da uomo, nell'esercito russo durante le guerre napoleoniche con lo pseudonimo di Alexander Sokolov, doppia identità che evoca le attività di bracconaggio a cui si dedica l’atleta. Oltre che il mitico regista russo Aleksandr Sokurov.
Si può a questo punto individuare una prima caratteristica dell’opera: il film di Bertelli, pur partendo da un elemento reale (la morte di Vladimir Smirnov ai Mondiali di scherma di Roma del 1982, colpito involontariamente al volto dall’avversario durante un combattimento), mescola realtà e finzione e interseca questi due piani con un livello simbolico notevole; organizza, inoltre, la finzione con sguardo documentaristico, come se il film fosse un documentario sulle Olimpiadi (e nella prima parte lo sembra).
Il secondo elemento chiave dell’opera è quello formale e riguarda l’utilizzo della tecnica, sia dentro che fuori dal film: alla strumentazione che vediamo usata nell’opera per qualunque cosa, le tecnologie sportive iperprecise, la tecnica medica e di conseguenza il corpo squadrato, analizzato, quasi anatomizzato, un corpo – macchina potremmo dire, a volte ripugnante per com’è mostrato, corrispondono riprese e inquadrature, molte volte in piano ravvicinato, sempre precise, geometriche, “pulite”, che danno l’impressione di un film freddo e concettuale nella sua “perfezione”, che rende comunque bene, forse proprio per questo, l’idea dello sport come guerra e della disumanizzazione a cui tutti siamo sottoposti. La brutalizzazione dell’umano, causata dalla tecnologia e dall’ossessione della performance. E quest’attenzione alla forma riguarda tutti gli aspetti dell’opera, anche quello sonoro (suoni, rumori, musica). Una costruzione che non annulla l’ispirazione ma è funzionale a ciò che il regista intende dire, e far vedere. Il fallimento, semmai, è quello esistenziale a cui le protagoniste approdano, dopo tutti gli sforzi fatti: già negli allenamenti non c’è spazio per il gioco, il divertimento o la condivisione e le tre professioniste vivono isolate dal mondo, anche se circondate da tantissime persone (i membri del loro entourage, manager, preparatori e medici, e gli esponenti delle istituzioni sportive). Un po’ come nella realtà odierna: tutti “performano” e producono, senza gioia e senza socializzazione, per se stessi e per le proprie ossessioni, in costante competizione l’uno con l’altro. «Produci, consuma, crepa» cantavano, del resto, i CCCP nel lontano 1986.