Non è facile raccontare un terremoto in un documentario, specie se si tratta di un terremoto devastante come quello del Friuli del 6 maggio 1976, di cui ricorre il cinquantenario; terremoto che ha provocato 989 morti e 3.000 feriti, oltre che molti sfollati, anche con le scosse di settembre. Lo ricordiamo in molti e ne ricordiamo anche il periodo successivo, quello della ricostruzione, prontamente messa in atto dalle istituzioni (nella figura dell’on. Zamberletti, commissario governativo alla gestione delle emergenze del governo Moro V, ricordato con affetto nel documentario, ma anche in quelle dei sindaci dei paesi colpiti), da corpi militari come quello degli Alpini (ricordiamo, a questo proposito, che il Friuli Venezia Giulia aveva, al tempo, il più alto numero di caserme d’Italia, come documentato nel lavoro di Diego Clericuzio Un paese di primule e caserme), da volontari accorsi da tutto il mondo ma soprattutto dalla popolazione locale, quindi dai friulani, descritti come gente seria, concreta, umile, che “fa” piuttosto che parlare e che non si tira indietro davanti alla fatica, perché è abituata a lottare. Una comunità vera.
Un primo obiettivo del documentario di Federico Savonitto Orcolat, di cui andiamo ad occuparci, è infatti quello di omaggiare la laboriosità e l’inclinazione alla speranza della gente del Friuli che è poi la sua gente, anche se lui, nato nel 1981, quell’evento non lo ha vissuto direttamente; ha sentito, però, negli anni il dovere civile di girare un film come questo, per ricordare il coraggio e la tenacia di queste persone. Ma anche, in questo senso, per ricordare l’importanza della prevenzione (Paolo Rumiz, intervistato, sostiene che i governi italiani si muovano tendenzialmente sulle emergenze quando potrebbero più profittevolmente agire sulla prevenzione: i soldi spesi sarebbero gli stessi, ma non si avrebbe tutto quel dolore) e del patrimonio culturale, inteso qui in più sensi: la cultura come tradizione popolare (l’Orcolat, su cui torneremo a breve) ma anche come cultura “alta” (l’Università di Udine, fondata due anni dopo per volontà dei cittadini), la cultura come narrazione di un evento tragico (i telegiornali, i filmati d’archivio, le testimonianze illustri) e la cultura come assetto naturalistico e urbanistico di un territorio (qui evidente nella storia di Venzone, ricostruita letteralmente pietra su pietra da due architetti, sostenuti da Zamberletti, per mantenerne la struttura longobarda, ma anche l’anima nel senso di genius loci, e per evitare di diventare “un paese di cemento”). E lo ha fatto in un modo piano, disteso, semplice, che non toglie nulla alla complessità di ciò che racconta ma lo rende invece chiaro e lo fa “comprendere”, evitando la retorica e l’enfasi e il linguaggio emozionale a tutti i costi, quello che colpisce lo spettatore alla pancia. Qui si punta di più sul cuore, e sul cervello.
E lo si fa innanzitutto con Bruno Pizzul (a cui l’opera è dedicata, a un anno dalla scomparsa), friulano, che ci accompagna nella narrazione degli eventi con le cuffie sulla testa come se fosse la telecronaca di una delle partite con le quali ci ha deliziato nel corso degli anni. Lui è il filo conduttore del racconto ed è lui che introduce l’altra figura chiave dell’opera, quella dell’Orcolat, un mostro della tradizione friulana che si fa risiedere sotto al monte San Simeone, non a caso epicentro del sisma del ’76, con l’idea che generalmente dorma ma che, quando si sveglia, possa distruggere tutto ciò che ha intorno con i suoi passi, tanto che gli abitanti del luogo hanno tentato più volte, sempre secondo le leggende del posto, di sedarlo, con dei funghi soporiferi e con le farfalle, senza esiti significativi. E poi ci sono i testimoni, Dino Zoff e Fabio Capello per restare nel mondo del calcio, la sciatrice Manuela Di Centa, il già nominato Paolo Rumiz, scrittore e giornalista, Davide Toffolo della band pordenonese Tre Allegri Ragazzi Morti e altri esperti, compresi i tecnici dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste, con cui il film si apre e si chiude, e i gestori del Museo Tiere Motus di Venzone, che raccontano agli studenti, e ai tecnici giapponesi in visita, la particolarità della ricostruzione del loro paese. Poi ci sono i bambini, con i loro disegni, e soprattutto le persone che compaiono nei filmati d’epoca e che narrano la paura che hanno avuto e che ancora hanno, poco dopo l’evento, ma anche la necessità di non piangere e, piuttosto, di rimboccarsi le maniche. La concretezza, si respira nel film, di una popolazione che non si arrende, che è talmente abituata a vivere in una zona sismica che sa che il pericolo è dietro l’angolo e che, quando si manifesta, bisogna combatterlo (aspetto attribuito all’origine contadina dei friulani, che sanno che la grandine può arrivare da un momento all’altro a rovinare il raccolto). E si respira l’odore della polvere come il rumore del sisma, che si sente prima che questo si manifesti. La parte iniziale del film ricostruisce tra l’altro la storia di quella zona nel Novecento, tra la prima guerra mondiale, la fame atavica del mondo contadino, l’emigrazione e il conseguente ruolo delle donne, che rimanevano a casa quando gli uomini partivano, il secondo dopoguerra con il passaggio all’industrializzazione, ancora timida, negli anni Sessanta, fino a questo terremoto che ha segnato, anche in questo senso, uno spartiacque tra la tradizione e la modernità.
Segnaliamo infine alcuni contributi tecnici: il montaggio di Elia Risato che cura anche le animazioni presenti nel film (su disegni suoi e di Davide Toffolo) e le musiche di Lorenzo Commisso e dei Tre Allegri Ragazzi Morti, con Luce (Tramonti a nord Est) della conterranea Elisa a chiudere l’opera.
Foto: Orcolat (2026) © 2026 Kublai Film All Rights Reserved.