Fora Pal Mont di Lorena Trevisan e Michele Pastrello

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«L’uomo era il nome del suo mestiere; la donna l’anonimato del suo gesto. Egli “era” il sarto, lei “faceva” il bucato. Nelle campagne lo scarto diventava un paradosso: lavoravano insieme, nei campi e in casa, di giorno e a veglia, eppure venivano registrate nelle statistiche come “bocche da sfamare”». La citazione della storica del lavoro Alessandra Pescarolo che apre Fora pal mont di Lorena Trevisan e Michele Pastrello ci aiuta a inquadrare un aspetto che emerge, fortemente, dal documentario, quello della differenza tra donne e uomini fino alla metà del Novecento; quando, nelle campagne e nelle montagne del Veneto e del Friuli, le famiglie erano rigorosamente patriarcali e le donne, pur lavorando, come viene ripetutamente sottolineato, anche più degli uomini, tanto da essere paragonate a delle “bestie da soma”, erano comunque ritenute inferiori e dipendevano in tutto e per tutto da padri e mariti, che potevano anche picchiarle o abusare di loro. 

L’opera si concentra su una categoria particolare e poco conosciuta di donne: le “sedonere”, le ambulanti (in questo caso) della Valcellina, che da quella valle stretta tra le Prealpi Carniche e quelle Bellunesi, a ridosso del torrente Cellina, nel pordenonese, si spostavano, tra Ottocento e metà Novecento, vestite di nero, con le gonne lunghe e il fazzoletto in testa (e spesso scalze, per non consumare le scarpe di stoffa che avevano ai piedi), per vendere i prodotti artigianali della montagna nelle città della pianura, macinando chilometri a piedi per trascinare il carretto di legno su cui trasportavano i loro manufatti, quando non lo facevano con le gerle o con delle cassettiere che portavano sulle spalle. Un lavoro sfinente, massacrante, tanto che alcune di loro, dopo la guerra e la ricostruzione, quando cioè si cominciava, in Italia, a stare un po’ meglio, hanno deciso di abbandonare la montagna, e quella vita, per andare “a servizio” in città; altre sono rimaste, ma hanno impostato le cose diversamente, nella loro famiglia. Però, per quanto sfiancante (raggiungevano, dalla Valcellina, mete come Pola, o Milano – Torino – Genova, o l’Emilia Romagna e poi Pisa, o Rovigo, Ferrara e le valli di Comacchio), quel lavoro era anche l’espressione, nel bene e nel male, della loro indipendenza e intraprendenza: del fatto che potevano arrangiarsi anche da sole e che potevano guadagnare, in una settimana, quello che i loro mariti guadagnavano in un mese. E consentiva loro di vedere “un po’ di mondo”, a qualcuna anche il mare, e di andare addirittura, com’è successo a una di questa donne, al Teatro alla Scala di Milano. Anche se appunto era un mestiere che le sottoponeva a rischi di ogni tipo, visto anche che dovevano dormire in giacigli di fortuna, in case di campagna ma più spesso in stalle o fienili. 

Il film racconta la storia di questa “fatica” attraverso le testimonianze di tante donne che hanno svolto, negli anni Quaranta e Cinquanta, il ruolo di “sedonere”, di cui vengono indicati il nome e l’anno di nascita, posto tra il 1925 e il 1935; testimonianze (anche di due uomini, uno dei quali ha accompagnato spesso la madre, un’ambulante, nei suoi viaggi, quand’era ancora un bambino) che indagano tutti gli aspetti di questa situazione e che rendono, soprattutto, l’idea della povertà estrema che si viveva nelle nostre montagne tra Otto e Novecento, oltre che della paura della guerra in corso tra il ’40 e il ‘45. Una delle donne intervistate, che adesso vive a Milano e si sente “una signora” perché ha tutto quello che le serve, dice che cammina sempre per la città con delle monete in tasca in modo che, se vede una persona che chiede l’elemosina, le può dare qualcosa. Perché lo sa sulla sua pelle che cosa vuol dire, avere fame. E queste testimonianze sono collocate nel contesto dei tre centri principali della Valcellina, Claut, Cimolais ed Erto, di cui sono indicati gli abitanti attuali (circa 300 per Cimolais ed Erto, 874 per Claut) e quelli del 1920 (circa 1.000 per Cimolais ed Erto, 2.500 per Claut), per mostrare lo spopolamento a cui sono andati incontro questi luoghi, uno dei quali è stato anche colpito, nel 1963, da una tragedia senza pari. Le riprese dell’oggi si affiancano alle interessanti e numerose foto dell’epoca, reperite presso il Circolo culturale “Menocchio” di Montereale Valcellina, per completare l’affresco di un territorio, e di un tempo, ma soprattutto di un’umanità, che non ci sono più.