Nel terzo dei sogni o incubi molto sociopolitici, quello napoletano del personaggio dell’educatore interpretato da Vittorio Mezzogiorno in Tre fratelli di Francesco Rosi, motivatamente nel 1982 inserito nella cinquina delle nomination all’Oscar come miglior film straniero, c’era la canzone-manifesto di Pino Daniele Je so’ pazzo quale cartina di tornasole di un meridione sintomatica di un’Italia tutta. In tempi di coscienza critica e di volontà etica, in una cornice geografica e culturale che nel cuore ferito partenopeo trova magari un riferimento urgente, cui il cinema e la musica, con il teatro e la letteratura concorrono, scatta il bisogno di un’auspicabile ripulita dall’immondizia di un contesto in cui strutture e infrastrutture concorrono, tra rifiuti a cielo e violenza terroristica, droga e corruzione. Donde, controcorrente rispetto alla moda dei “biopic” sempre più imbarazzanti che imperversano dandosi il cambio sul grande e piccolo schermo, la scelta virtuosa della stessa canzone del secondo lungometraggio diretto da Nicola Prosatore di non raccontare interamente nascita, vita, morte e miracoli del cantautore; bensì l’intelligenza di isolarne una porzione problematica, individuale e collettiva, ovvero sonora in ogni senso quale cassa di risonanza del protagonista. Questo specchio espressivo e sintomatico della città/nazione non procede per conto proprio, ma si rende inseparabile dalle manifestazioni di protesta crescenti intorno alla metà degli anni settanta innescate dalla disoccupazione e dall’emergenza sanitaria, e rese più emblematiche dall’epidemia di colera nel 1973, quindi dal terremoto dell’Irpinia del 1980. Entrare nelle corde, genealogicamente dall’interno soggettivo di una chitarra, significa contemperare sempre testo e contesto.

Je so’ pazzo, cinematograficamente parlando, è pertanto un’opera che fa ben sperare che la partita autodistruttiva che il cinema italiano sta giocando con il fuoco possa fare i conti con un’idea libera di raccontare una storia senza trasformarsi una volta tanto in spettacolo del successo, esigendo carta bianca nella drammaturgia e nello stile, lungi dall’esercizio edificante del già visto e soprattutto sentito. Il Pino Daniele non mimetico né necessariamente autobiografico reincarnato da Massimiliano Caiazzo interrompe innanzitutto la sequenza dei soggetti e dell’autoreferenzialità che trascorre ormai in più film contemporaneamente per ridimensionare l’immaginario collettivo a pura faccenda di agenzie, di standard di comprensibilità esasperante e di linee produttive codine e garantite; e in più si presta a disegnare sullo schermo l’epicentro sismico di un problema tentacolare, complesso e a largo spettro, oltretutto di lunga durata, in cui il dissenso è sintomo del malessere, non il fantasma mediatico di una pericolosità indotta e probabilmente eterodiretta a fini repressivi e liberticidi. Ed è perciò determinante filmare la musica in esecuzione, l’energia all’opera, l’intensità tragica di un dialetto o di un’idea di una Napoli non folcloristica in questo film che sceglie, e scorre dentro la solidità narrativa, la “corda pazza” della chitarra e della voce, connesse al dissenso e alla difesa persino ingenerosa e verticistica della creatività e delle contraddizioni non del singolo ma di una comunità. Quest’istantanea a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta che si chiude con il grande concerto a Piazza del Plebiscito in cui l’immagine recitata del Pino Daniele personaggio, in chiave pirandelliana ed eduardiana a un tempo, viene sostituita da quelle di repertorio del vero Pino Daniele, dimostra la possibilità concreta di trasformare un impianto rievocativo in faglia non rimarginata: l’obiettivo riavvicina il passato al presente, invita ad assumersi responsabilità artistiche e a prendere coscienza civile, come in Tre fratelli e nel paradigma rosiano che a un certo punto del discorso arriva a far risuonare nel 1981 Je so’ pazzo a ragion veduta, e udita.

Le sirene di un paese in disfacimento, che a Napoli, tra Porto in basso e Vomero in alto, dunque nel sud già dimidiato e nella verticalità nazionale, tradizione e innovazione, autonomia e profitto, senza soluzione di continuità individua e realizza fantasmi e intercetta rimostranza collettiva, si traducono in questo film in precisa e sincera volontà di stare sulle cose che si conoscono e si sanno dire con cognizione di causa non esplicare a suon di budget. Il commento ad esempio non didascalico che uno speaker televisivo restituisce allo spettatore senziente, mentre padre e figlio reiterano lo scontro muto, si salda all’intera documentazione audiovisiva che, interagendo con la finzione, dialoga ma non spiega in maniera elementare. L’insieme disorganico ed ellittico per necessità trova quindi una sintesi nell’azione in sé del momento musicale, indipendente come la progettualità, e rimanda solo a queste condizioni alla scacchiera di personaggi non bidimensionali né funzionali, veri come le battute, le inquadrature e i tagli di montaggio, i vicoli e i palcoscenici, gli interni domestici e le sale di incisione. Persino le tensioni coniugali contigue ai ricordi inclementi non sono atti schematici ma estratti di realtà duratura e inestinguibile: i conflitti generazionali di Je so’ pazzo non si offrono cioè a orologeria quale alibi di scrittura, ma partecipano della partita pericolosa in cui i rapporti familiari a qualsiasi livello generano ma non esauriscono il clima di dipendenza e dolore permanente che investe il tessuto socio-economico e rilancia questioni di lungo corso a chi ha occhio, orecchio e cervello per discernere l’autentico dal fasullo.
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Vita e carriera di Pino Daniele, dagli anni complicati di un'infanzia segnata dall'abbandono, all'ascesa artistica culminata nel leggendario concerto del 1981. Una crescita professionale e umana di conflitti familiari, fragilità e amori.
Locandina: Je so' pazzo (2026) © 2026 01 Distribution All Rights Reserved