Maggie Gyllenhaal

La sposa!

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Un cinema fatto di cinema, proprio come la creatura di Frankenstein è fatta di pezzi di carne morta eppur “rinvigorita” e viva. La sposa!, seconda regia di Maggie Gyllenhaal dopo il curioso La figlia oscura, mal recepito a Venezia 2021 e invece ricchissimo di spunti interessanti, si potrebbe anche chiosare così, nel suo azzardato miscuglio di elementi mentre prende spunti (relativamente) dal quasi omonimo sequel di James Whale del 1935.

L'inizio è molto promettente, decisamente appetitoso. Racchiusa in una sorta di claustrofobico inferno in bianco e nero, lo spirito di Mary Shelley si lamenta e smania. Dopo Frankenstein: ovvero il moderno Prometeo come una crepa, un tumore da estirpare (splendida metafora della dannazione alla scrittura) vorrebbe creare/raccontare/partorire un'altra, ulteriore, macabra favola: “una storia di orrore, oppure, più spaventosa, una storia d'amore”. Si incista come una possessione in Ida, ragazza di disinibiti costumi che nel corso di un festino alla “corte” del gangster Lupino (colti i nomi e i cognomi ad uso cinefili? Il film tracimerà di ammiccamenti e strizzatine simili) comincia a sbraitare, a sproloquiare incontrollata, infilando collane di parole come una futurista in performance, sino a provocare il sozzo malavitoso (uno che fa collezione di lingue mozzate dei suoi nemici e di chi lo disturba, per rendere l'idea). Precipiterà giù per le scale e verrà tumulata in fretta e furia come si fa in questa Chicago del 1936 che ricorda tanto Gotham City.

Da qui incontrerà l'anima secolarmente in pena della creatura che si fa chiamare Frank in onore del “padre” Dottor Frankenstein. Mostruoso e ramingo, si era rivolto da poco alla dottoressa scienziata Euphronious (sic): “perdoni il mio odore. Voglio una relazione, una comunione”. E “la scienziata folle” (se lo dice da sé come una battuta autoironica) accetta, “rinvigorendo” il cadavere della frantumata Ida e dando il via a un on the road melodrammatico e tragico che attraversa i generi cinematografici e gli Stati Uniti, tra Musical (splendidi balletti), Gangster Movie, Horror, Giallo, personaggi da pulp e da mitologia cinematografica.

Con disinvolta nonchalance nei confronti di contestualizzazione storica e scorrevolezza di trama - coreografie tra la Berlino weimariana e la festa punk, riferimenti espliciti anche con critica al Me Too, esortazione alla ribellione sociale della “plebe” (come in un analogo Joker, l'ex Ida ora ribattezzata Penelope Rogers, ma diciamo La Sposa tout court, diventa il riferimento di una rivolta femminista radicale con tanto di signore seguaci “mostrificate”) - gli antesignani Bonnie & Clide si lanciano a rompicollo verso il loro destino, cercando l'uno la vittoria sulla solitudine attraverso la comunione spirituale, l'altra la propria identità che “l'incidente” ha troncato e occultato: “la vita è qui e arriva dai mostri!”.

Maggie Gyllenhaal, dopo l'esordio registico costruito quasi in levare, a togliere elementi dal connettivo della trama, qui assai più ambiziosamente accumula e aggiunge, sino agli eccessi della durata (2h e 6') e del divertissement significativo e arty, in un colto e martellante post-postmodernismo (diciamo così). Peraltro dimostra un coraggio e una lucidità non comuni ad affrontare tematiche anche spinose, come le relazioni più estreme e indicibili tra il piacere, il sapere, il potere e il praticare. Una attenzione e predilezione che si constata anche rammentando i suoi lavori più noti come attrice: Secretary (2003), Hysteria (2011), la serie The Deuce – La via del porno (2017-2019, in cui è una prostituta che si reinventa regista di film pornografici).

Per stare sul sicuro qui si circonda di amici e parenti, con i personaggi femminili più curati di quelli maschili. L'irlandese Jesssie Buckley è la protagonista in doppio ruolo, in una performance in cui non si risparmia (in originale è notevole davvero), Christian Bale fa il cupo che gli riesce spesso bene, il fratello Jake Gyllenhaal è un divo ballerino e canterino con una gamba più corta dell'altra, il compagno Peter Sarsgaard è una sorta di detective parodia tra l'hard boiled e il William Powell di Nick e Nora (infatti la non a caso più perspicace partner, Penelope Cruz, si chiama Myrna, come la Loy), Annette Bening è una sagace “mad doctor”, il gustosissimo (notevole in tanti film di Winding Refn) croato Zlatko Buric è infine il greve Lupino, il vero mostro del film.


 

La sposa!
USA, 2026, 126'
Titolo originale:
The Bride!
Regia:
Maggie Gyllenhaal
Sceneggiatura:
Maggie Gyllenhaal
Fotografia:
Lawrence Sher
Montaggio:
Dylan Tichenor
Musica:
Hildur Guðnadóttir
Cast:
Christian Bale, Jessie Buckley, Annette Bening, Penélope Cruz, Peter Sarsgaard, Jake Gyllenhaal, Julianne Hough, John Magaro, Jeannie Berlin, Louis Cancelmi, Matthew Maher
Produzione:
Warner Bros.
Distribuzione:
Warner Bros. Italia

Chicago, 1936. Frankenstein vaga da oltre un secolo in preda a una divorante solitudine. La sua unica speranza è Euphronious, visionaria scienziata a cui chiede di 'creargli' una sposa. Toccata dalla sua disperazione, la dottoressa riesuma il cadavere di una giovane donna assassinata da un clan mafioso. Il risveglio sarà traumatico per Ida, che ha perso la memoria di sé, ma eccitante per Frank, che ama il musical e vuole una partner. 

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