Comincia con una distesa di neve, una valle innevata con al fondo una chiesetta semplice, forse un capitello votivo, e un rumore di passi sul manto immacolato e fresco, La valle scalza di Carlo Prevosti e Alberto Maroni Biroldi, appena passato per il Trento Film Festival. Riprese sporche, in movimento, con la camera che, dopo aver inquadrato dei piedi nudi che sprofondano nella neve, a un certo punto si gira facendo intravedere un volto incappucciato, dallo sguardo vivo e intenso, profondo. Poi una voce narrante e immagini diverse, recenti, sempre di quella valle e di quel capitello, con un uomo che cammina. Si chiama Alberto, dice, ha cinquantatré anni e frequenta il parco nazionale della Val Grande da una ventina; un luogo senza strade né centri abitati, chiuso da confini naturali, sito in Piemonte tra la Val d’Ossola (zona, lo ricordiamo e lo ricorda anche lui, di tremendi scontri tra nazisti e partigiani nel ’44 ma anche sede di una delle più importanti repubbliche partigiane della Resistenza italiana) e il Lago Maggiore, ora sede di un turismo per lo più naturalistico in quanto luogo “impervio e desolato”, profondamente selvaggio, sostanziato di “buio, silenzio e solitudine”. Un luogo denso di spiritualità, in cui si può dimenticare, dice Alberto, ogni “futile desiderio” e “possibile rimpianto”, per semplicemente stare. Essere. Da cui osservare con distacco se stessi e il mondo.
Frequentando la valle il narratore è venuto a conoscenza, da fogli scarabocchiati appesi nei bivacchi, dell’esistenza di Gianfranco Bonaldo detto Gianfry, un uomo che dopo un passato travagliato di violenza e di vergogna, che a un certo punto racconta, si è rifugiato in quella valle e ci ha vissuto per quasi vent’anni, nell’essenzialità più totale. È lui quello che vediamo, nell’incipit dell’opera, filmarsi i piedi sulla neve e filmare, soprattutto, la neve di una piana che sembra incantata; perché Alberto, incuriosito da quello che sentiva dire di lui e che assumeva spesso i toni della leggenda, richiamando miti imperituri come quelli dell’eremita o dell’uomo selvatico (su cui, nel film, interviene tra l’altro un antropologo), a un certo punto lo va a cercare e si accorda con lui per un documentario che lo segua per un anno, con incontri mensili. Peccato che a questo pensino anche altre persone, per cui il progetto non riesce a prendere corpo e, nel 2015, Bonaldo muore (in circostanze tra l’altro misteriose, come quelle dell’incendio che distrugge, un anno dopo, la sua casa); però Alberto aveva lasciato al protagonista una videocamera, perché si era reso conto che Gianfranco, in realtà, voleva filmarsi, nel senso di dirigersi, e alla fine del nostro film, dopo le interviste alle persone che lo hanno conosciuto, Alberto e il documentarista Carlo Prevosti, che riprende in mano con lui il progetto originario, si rendono conto che l’opera era già tutta nelle immagini di sé che Bonaldo aveva girato, come la scena suggestiva, inserita in conclusione, dell’immersione nel torrente di montagna; e in effetti è da quelle immagini che si ricava molto del modo di intendere la vita di Gianfranco, e di concepire la montagna.
Il film riprende poi, lo dicevamo, anche molte persone che parlano di lui, avendolo conosciuto più o meno profondamente, e che ne parlano in vari modi: chi sottovalutando la portata del suo “ritiro” e dicendo che il suo è un mito cittadino, che non attecchisce in quei posti di montagna, come fanno Domenica e Gabriele che, avendo ripreso i mestieri di famiglia, lei nei ricoveri alpini lui come pastore, in quelle zone ci sono nati e ci hanno lavorato duramente per tutta la vita; chi invece sottolineando il valore della persona e di una scelta radicale come quella che Bonaldo ha fatto, di “sposarsi con la natura e con il silenzio” di quegli spazi aperti. Tra questi Matteo, amico di famiglia dell’uomo, la cui testimonianza, la più lunga, è posta a fine opera e racconta di un Gianfranco sbarazzino e scanzonato, che ha fatto quello che voleva fare per sentirsi libero, anche se quand’è morto non sapeva ancora bene cosa stava cercando; un uomo che ci sapeva fare con i bambini (Matteo lo ha conosciuto, oltre che grazie ai genitori, perché per un periodo aveva guidato lo scuolabus della zona) e che, ai turisti, diceva quello che volevano sentirgli dire, entrando in empatia con loro e accompagnandoli di quando in quando per la montagna, come ha fatto con Giovanna. Un tentativo, quindi, di vivere in modo autentico, facendo quello che ci si sente di fare e isolandosi da un mondo che non si riconosce come proprio o come interessante; allo stesso modo, dice Matteo, del “grizzly man” del documentario di Herzog, che era morto (oltre che vissuto), come Gianfranco, nel luogo in cui voleva morire.
Un omaggio quindi, da parte di Prevosti e Maroni Biroldi, ad un uomo e ad una scelta di vita sui generis ma soprattutto un omaggio, grazie anche alla splendida fotografia, a quella natura selvaggia e incontaminata, per dirci che un altro mondo, forse, da qualche parte è ancora possibile.
Foto: La valle scalza (2025) © 2025 Lab 80 film Rights Reserved.
Sullo sfondo delle vette della Val Grande, il documentario ripercorre l'esistenza di Gianfranco Bonaldo, conosciuto dai più come Gianfry. Dopo un passato segnato da profonde difficoltà, alla fine degli anni Novanta Gianfry decide di abbandonare la civiltà per rifugiarsi in uno degli angoli più aspri e selvaggi d’Italia. Per quasi vent’anni abita la montagna in una solitudine radicale, spogliandosi di ogni bene materiale e scegliendo di muoversi nudo e a piedi nudi tra i sentieri impervi, in una ricerca di purezza che è prima di tutto interiore.
Il racconto si snoda attraverso un ritrovamento eccezionale: le riprese effettuate dallo stesso Gianfranco con una piccola telecamera, che offrono una prospettiva intima e inedita sulla sua vita "selvaggia". Queste immagini, cariche di una bellezza primitiva, restituiscono lo sguardo diretto del protagonista sulla valle e sulle stagioni. Attraverso questo archivio privato e i ricordi di chi ha incrociato il suo cammino solitario, il film indaga il mistero di una scelta estrema, interrottasi tragicamente nel 2015 per avvelenamento da stricnina, in circostanze mai del tutto chiarite. La Valle scalza emerge così come il diario visivo di un riscatto possibile, il ritratto di una libertà cercata e vissuta fino all'ultimo passo sulla terra nuda.
Foto: La valle scalza (2025) © 2025 Lab 80 film Rights Reserved.