CINEFORUM / 23NS

The Queen of Marvin Gardens

Di tutte le scene madri, o i momenti chiave, interpretati sul grande e piccolo schermo e in teatro da Ellen Burstyn (meritatissimo Leone d’oro alla carriera), ce n’è uno, straziante, che appartiene a un film magnifico ma raramente citato, Il re dei Giardini di Marvin, scritto e diretto nel 1972 da Bob Rafelson, due anni dopo il grande successo di Cinque pezzi facili, bello almeno quanto quello e altrettanto importante nella definizione del nuovo cinema americano degli anni 70 e nella struggente analisi del Sogno Americano morente. Ellen Burstyn (nata Edna Rae Gillooly, e che dopo essere stata Kerri Flynn, Erica Dean e Ellen McRae, aveva finalmente scelto come nome d’arte Ellen Burstyn, dal cognome del marito) recitava a Broadway già dalla fine degli anni 50, dal 1967 faceva parte dell’Actors Studio di Lee Strasberg, aveva esordito nel cinema nel 1964 e ottenuto la prima candidatura all’Oscar come non protagonista nel 1972, con la parte incisiva e malinconica della signora che da ragazza era stata innamorata di Sam il Leone in L’ultimo spettacolo di Bogdanovich. Nel film di Rafelson, la storia di due fratelli molto diversi ad Atlantic City, è Sally, la compagna di Bruce Dern, volubile, iperattivo, sognatore e anche un po’ imbroglione, e verso la fine decide di abbandonare tutti gli orpelli e mostrarsi al mondo com’è; va sulla spiaggia con tutti i trucchi, le creme e le ciglia finte, e le brucia in un falò, nel quale getta anche i ciuffi di capelli che si taglia: «Posso salutare il mattino come sono, con la mia nuda, vera faccia», si chiede guardando il sole appena sorto. Un gran momento di cinema e di recitazione senza enfasi, un’apparenza di verità e di umanità che ha sempre caratterizzato l’attrice, anche nelle prove terribili che dovette affrontare come mamma di Regan/Linda Blair in L’esorcista di William Friedkin (seconda candidatura all’Oscar), nel tour de force cui Alain Resnais sottopose il suo quintetto di protagonisti in Providence, in quel one-woman-show che è sostanzialmente Alice non abita più qui di Martin Scorsese, per il quale nel ’75 finalmente arrivò l’Oscar. Complessivamente le candidature sono state sei (l’ultima è del 2011 per Requiem for a Dream di Darren Aronofsky), più molti altri premi e un Tony Award nel 1975 per la commedia Lo stesso giorno, il prossimo anno, e un Emmy nel 2010 per la serie Law & Order: Burstyn ha il rarissimo privilegio dei tre premi cinema-teatro-tv. Non ha mai smesso di recitare, più di 70 film, anche con Nolan, Solondz, Callie Khouri e David Gordon Green, e un numero infinito di apparizioni televisive. Ed è stata una di quelle poche, preziose signore che hanno reso grande il cinema americano degli anni 60 e 70, fatto soprattutto di uomini sconfitti.