Solo chi conosce abbastanza bene dal di dentro l’India può comprendere un film così stratificato. Io ci sono stato sette volte, forse non mi è del tutto ignoto il suo assunto centrale: la speranza è la protagonista sfortunata della storia. I margini della società indiana vengono ripercorsi come se fossero le carte di un tradizionale gioco da tavola di origine inglese, “Scale e serpenti”. I due amici d’infanzia protagonisti della storia sono infatti uniti dalle scale sociali che vengono loro negate e divisi dalla lunghezza dei serpenti che continuano a inghiottirli. Lo schema è feroce. Ogni progresso viene inevitabilmente interrotto da un crudele gioco del destino; ogni piccolo passo è accompagnato dalla minaccia di una rovinosa caduta. Un impiegato di basso rango impressiona i capi e viene promosso a venditore contro ogni previsione, ma la gioia è di breve durata. Un giovane operaio manda soldi a casa per finanziare un tetto di cemento, ma la sua condizione di sfavorito è transitoria. Un’aspra lite è seguita da una riunione che infonde speranza, ma dura poco. La costante soppressione della speranza riflette la struttura sociale distorta di un Paese in cui tutto, comprese le emozioni, è regolato dalla gerarchia.
Non c’è tregua: anche l’umiliazione è gerarchica. L’ambizioso dalit Chandan Kumar e l’ambizioso musulmano Mohammed Shoaib Ali, in quanto minoranze in un’epoca di dilagante fascismo, hanno un legame plasmato dalla solidarietà e dalla reciproca disillusione. Chandan difende Shoaib e Shoaib difende Chandan: sono uniti dalla condivisione degli stessi spazi. La loro fratellanza è priva di identità: le famiglie si mescolano. Potrebbero essere vittime della società, ma la loro cancellazione è per forza di cose plurale: la loro invisibilità è costretta a competere. Il film di Neeraj Ghaywan si propone di rivelare che l’oppressione in una democrazia è plasmata dalla democrazia dell’oppressione: lo stigma è relativo nell’intersezionalità di casta, fede e genere. C’è sempre qualcuno che sta peggio: che si tratti dell’indù emarginato, del musulmano della classe operaia, della ragazza dalit che frequenta l’università, del bracciante agricolo analfabeta o della donna dalit non sposata.
Si deve ammirare il film per la sua essenzialità e la capacità critica in un’epoca di intolleranza politica. Un film sulla corruzione sistemica e sull’esclusione è un’accusa diretta contro chi detiene il potere. Ogni volta che Shoaib e Chandan subiscono un torto, la storia del pregiudizio si scontra con la strumentalizzazione della tradizione: il bigottismo è talmente normalizzato che l’ironia di cercare lavoro presso il governo passa quasi inosservata. Ma la ragione per cui il film è così efficace è che è a favore dell’umanità, non contro il sistema. La maestria stilistica supporta la visione stratificata del film. Un treno stipato di aspiranti studenti di una piccola città richiama un camion carico di lavoratori migranti rimandati a casa; la gioia di un amico che porta un altro sulle spalle mentre vince una gara sportiva riecheggia l’agonia di un amico che ne porta un altro durante il lockdown da Covid. Una suggestiva inquadratura dall’alto di persone che camminano di notte su un ponte illuminato a intermittenza evoca il paradosso della luce in fondo al tunnel. C’è anche un’inquadratura che richiama L’arte di vincere, in cui la telecamera corre parallela a una moto in corsa prima di raggiungerla a un incrocio; l’influenza (persino la colonna sonora) è in un certo senso appropriata, dato che anche L’arte di vincere aveva usato l’espediente del genere biografico per esplorare gli esseri umani dietro l’arida freddezza delle statistiche.
Solo chi conosce abbastanza bene dal di dentro l’India può comprendere un film così stratificato. Io ci sono stato sette volte, forse non mi è del tutto ignoto il suo assunto centrale: la speranza è la protagonista sfortunata della storia. I margini della società indiana vengono ripercorsi come se fossero le carte di un tradizionale gioco da tavola di origine inglese, “Scale e serpenti”. I due amici d’infanzia protagonisti della storia sono infatti uniti dalle scale sociali che vengono loro negate e divisi dalla lunghezza dei serpenti che continuano a inghiottirli. Lo schema è feroce. Ogni progresso viene inevitabilmente interrotto da un crudele gioco del destino; ogni piccolo passo è accompagnato dalla minaccia di una rovinosa caduta. Un impiegato di basso rango impressiona i capi e viene promosso a venditore contro ogni previsione, ma la gioia è di breve durata. Un giovane operaio manda soldi a casa per finanziare un tetto di cemento, ma la sua condizione di sfavorito è transitoria. Un’aspra lite è seguita da una riunione che infonde speranza, ma dura poco. La costante soppressione della speranza riflette la struttura sociale distorta di un Paese in cui tutto, comprese le emozioni, è regolato dalla gerarchia.
Non c’è tregua: anche l’umiliazione è gerarchica. L’ambizioso dalit Chandan Kumar e l’ambizioso musulmano Mohammed Shoaib Ali, in quanto minoranze in un’epoca di dilagante fascismo, hanno un legame plasmato dalla solidarietà e dalla reciproca disillusione. Chandan difende Shoaib e Shoaib difende Chandan: sono uniti dalla condivisione degli stessi spazi. La loro fratellanza è priva di identità: le famiglie si mescolano. Potrebbero essere vittime della società, ma la loro cancellazione è per forza di cose plurale: la loro invisibilità è costretta a competere. Il film di Neeraj Ghaywan si propone di rivelare che l’oppressione in una democrazia è plasmata dalla democrazia dell’oppressione: lo stigma è relativo nell’intersezionalità di casta, fede e genere. C’è sempre qualcuno che sta peggio: che si tratti dell’indù emarginato, del musulmano della classe operaia, della ragazza dalit che frequenta l’università, del bracciante agricolo analfabeta o della donna dalit non sposata.
Si deve ammirare il film per la sua essenzialità e la capacità critica in un’epoca di intolleranza politica. Un film sulla corruzione sistemica e sull’esclusione è un’accusa diretta contro chi detiene il potere. Ogni volta che Shoaib e Chandan subiscono un torto, la storia del pregiudizio si scontra con la strumentalizzazione della tradizione: il bigottismo è talmente normalizzato che l’ironia di cercare lavoro presso il governo passa quasi inosservata. Ma la ragione per cui il film è così efficace è che è a favore dell’umanità, non contro il sistema. La maestria stilistica supporta la visione stratificata del film. Un treno stipato di aspiranti studenti di una piccola città richiama un camion carico di lavoratori migranti rimandati a casa; la gioia di un amico che porta un altro sulle spalle mentre vince una gara sportiva riecheggia l’agonia di un amico che ne porta un altro durante il lockdown da Covid. Una suggestiva inquadratura dall’alto di persone che camminano di notte su un ponte illuminato a intermittenza evoca il paradosso della luce in fondo al tunnel. C’è anche un’inquadratura che richiama L’arte di vincere, in cui la telecamera corre parallela a una moto in corsa prima di raggiungerla a un incrocio; l’influenza (persino la colonna sonora) è in un certo senso appropriata, dato che anche L’arte di vincere aveva usato l’espediente del genere biografico per esplorare gli esseri umani dietro l’arida freddezza delle statistiche.