CINEFORUM / 19NS

Per Goffredo

La lunga marcia educativa di mastro Goffredo da Gubbio

Anton Giulio Mancino

Difficile, o per molti versi troppo semplice, e a maggior ragione più complicato cercare il bandolo della matassa; almeno un bandolo soltanto per ricordare e perciò condividere la figura di Goffredo Fofi con chi non l’ha conosciuto. Non per stabilire una priorità, come avrebbe fatto certamente lui in esergo a sgombrare il campo da equivoci e imboscati, marcando cioè la priorità tra il rapporto diretto e quello mediato da incontri, letture, interventi pubblici; il più delle volte scontri a campo aperto con chiunque ne intralciasse il cammino, nonostante una voce e un’espressione del volto serene e rasserenanti, da grande vecchio, con ogni probabilità già in età giovane.

Un modo di riavvicinarsi a Fofi tuttavia esiste ed è sostenibile persino nel terreno minato che poteva diventare quello predisposto a insaputa dell’interlocutore malcapitato o fortunato per unire o separare da lui, a seconda delle circostanze, in una promettente prima volta o in una inquieta seconda in cui calava il sipario, per poi risollevarsi chissà quando. Quello che non sbiadisce è il Fofi giovanissimo, maestro elementare che dall’Umbria si sposta in Sicilia e inizia a collaborare con Danilo Dolci. È sicurante il Goffredo più profondo e duraturo, il pedagogista ed educatore che è rimasto dentro. Quello che merita maggiormente di essere interiorizzato, perché la funzione l’aveva interiorizzata innanzitutto lui. Ha cominciato così, da maestro con il suo primo maestro, che fu Dolci, da cui ha ereditato il «metodo […] di comunicare con solo una persona alla volta e di avere le ultime risposte, non le prime, le più istintive e ancora, si direbbe, superficiali». Aver cominciato, bene, con Dolci a inchiestare dal basso, dalla miseria materiale, per indicizzare le miserie in alto, morali, è stato determinante per Goffredo. E da Dolci il passo successivo, non tanto in itinere ma quasi definitivo, indipendentemente dalla prematura scomparsa nell’emblematico e seminale 1968, è stato quello con Aldo Capitini, il più grande altro grande maestro della nonviolenza, senza il trattino poiché la violenza è il contrario della nonviolenza e non un surrogato.

Dolci e Capitini sono stati inseparabili per la formazione ideale, morale e politica di un Paese e di una classe intellettuale che li ha dimenticati o non li ha sviluppati; in particolare nel caso di Fofi rappresentano l’asse binario di un approccio “aperto” al mondo, fatto di “compresenza” e “comunicazione” bilaterale, l’opposto simmetrico della “trasmissione” altrimenti univoca. I lemmi della giusta causa sono nel loro vocabolario.

Cercare indietro Goffredo Fofi vuol dire tornare a ribadire, con Dolci, che «la verità non fa il gioco di nessuno», quindi a Partinico, e restarci, oppure incominciare un lunghissimo e inquieto viaggio da Torino a Milano o da Roma a Napoli verso ogni dove; o a Perugia per confondersi nella lunga e austera fila di manifestanti e attivisti che al seguito della chiamata al disarmo di Capitini infoltirono a sorpresa e trasversalmente la prima Marcia della Pace del 24 settembre del 1961.

Viene spontaneo immaginare e ritrovare Fofi in quell’interminabile fiume umano di persone, ma anche in quella veste di invisibile tassello di un prezioso e indivisibile “uno-tutti”: donde l’immagine dell’educatore-intellettuale che ne conferma a consuntivo il titolo di maestro. Per molti, in un mare agitato di contraddizioni a vista, Goffredo è stato un maestro perché è da quella iniziale professione e vocazione che giungeva, in erba. E lo è rimasto fino all’ultimo, tra bordate e terribili sfuriate come fulmini a cielo aperto. Insegnare o per meglio dire indicare l’orizzonte e le secche, è stato importante. Poco contano con il senno di poi le bastonate metaforiche ma temute, con il bastone reale brandito o stretto tra insofferenza e impazienza preoccupanti. Aver intravisto il cammino, nel chiaroscuro perenne e faticoso che riconduceva di continuo a lui, è stato il valore o per meglio dire, sempre con il lessico congiunto di Dolci e Capitini a un tempo, “l’aggiunta” trasversale. Forse saranno d’ora in avanti le sue estreme e lapidarie sintesi a tener banco. Dopotutto del testo breve, possibilmente d’attacco, dove la pars destruens sopravanza quella construens, Fofi è stato un virtuoso. I suoi scritti veloci e profondi sono da antologia, e tale lo diventeranno in qualche Millennio o Meridiano: immediati, efficaci e indimenticabili, contengono tuttavia il germe della discordia, il principio della contraddizione e il rischio della coercizione o del proselitismo conveniente. Mentre l’insegnamento come progetto di lungo corso, in marcia permanente, resiste ed è oggi più che mai una linea guida autentica. Quella in tutti i sensi francescana del Lupo in fondo al cuore buono, etimologicamente la lezione interminata di “mastro” Goffredo da Gubbio.

 

Il critico anche poeta

Emanuela Martini

Che Goffredo Fofi fosse un intellettuale-critico-teorico-studioso-educatore-narratore-eccetera che ci dava dentro lo sappiamo tutti. E tutti lo conosciamo soprattutto in questa veste. Come scrive Anton Giulio Mancino nel pezzo che precede, forse saranno le sue sintesi estreme e lapidarie a tener banco, perché Fofi è stato un virtuoso del testo breve, «possibilmente d’attacco, dove la pars destruens sopravanza quella construens». Verissimo, tutti noi, che l’abbiamo o meno conosciuto personalmente, ce lo ricordiamo, almeno una volta, in lite con qualcuno, dal vivo, a festival o proiezioni, quando non in cene o incontri casuali, a voce spiegata brandendo l’inseparabile bastone (celebre un suo scontro una sera, dopo una proiezione stampa veneziana, con un altro critico che si accendeva in fretta e che in quel caso la pensava all’opposto di lui, Claudio Carabba), o per iscritto, in articoli fulminanti o in libri che abbiamo letto e riletto e studiato, e poi magari fatto studiare ad altri studenti all’università. Il “libro”, in realtà, Il cinema italiano: servi e padroni, quello che pubblicò nel 1971, specificando che si trattava di un pamphlet e non di un saggio, perché i saggi li scrivono gli accademici, che sono pagati per farlo, mentre lui non aveva abbastanza tempo per scrivere, e perché aveva scarsa fiducia nella forma del saggio quando non fosse scritto da un Lukács o da un Benjamin (e lui ne vedeva in giro pochi).

Inoltre, benché scritto da una sola persona, il libro nasceva in realtà come sintesi di tanti dialoghi e discussioni tra tante persone, amici, collaboratori, soprattutto quelli di «Ombre rosse» e «Quaderni piacentini». Il libro fu una bomba, per molti di noi che cominciavamo a tentar di districarci nei sistemi complessi del cinema, nei gusti e nelle scelte cinematografiche, e probabilmente anche per parecchi dei registi che venivano citati: maltrattava quasi tutti, con il secco acume tagliente cui si riferisce Anton Giulio quando dice che i suoi testi brevi contengono il “proselitismo della discordia”, anche se qua e là trapelava che qualcuno gli piaceva (Ferreri, Fellini…) e che qualcun altro rispettava (Pasolini, Bellocchio…).
Quel libro, insieme ai tanti altri libri e agli articoli sulle riviste che aveva fondato, amato e poi chiuso e su tanti altri giornali e altre riviste, hanno fatto la fama di Goffredo Fofi come critico soprattutto d’assalto, quello che non aveva peli sulla lingua e che scriveva apertamente ciò che pensava. In realtà, Goffredo il cinema l’amava molto; credo che tra i tanti oggetti della sua voracità culturale il cinema fosse la sua più profonda passione (appena sopra, quasi accanto probabilmente, ai fumetti). Proprio perché era tanto appassionato era anche tanto critico e selettivo, “esigente”, e feroce se si sentiva deluso da qualcuno che ammirava. Ma, almeno per chi non lo conosceva e frequentava personalmente, per chi non lo consultava o magari ci andava al cinema insieme (ricordo di aver visto con lui un’anteprima di un brutto film di Terrence Malick davanti al quale rimanemmo malissimo tutti e due), il lato forse meno noto della sua passione per il cinema  era quanto gli piacesse certo cinema popolare, al di là della grande ammirazione per Totò, che è nota. Non sto parlando del recupero astuto e modaiolo del trash; sto parlando di tanta roba buona, che però spesso viene poco e male considerata, perché un po’ di serie B e perché decisamente popolare, di genere, senza un perentorio marchio autoriale. Il cinema di fantascienza (passione che gli nasceva certamente da quella per la SF letteraria della quale era un accanito lettore da tempi non sospetti, e dove accostava, per esempio 2001 Odissea nello spazio di Kubrick al primo e al terzo film del ciclo Quatermass della Hammer, che definì «lo scienziato anche poeta»), l’horror (ancora Hammer, ma anche Mario Bava), il mélo (Freda, certo, ma anche certi improbabili mélo inglesi stile Regency fatti di belle avventuriere e nobili perversi, i Gainsborough melodramas), i noir, i thriller, le commedie un po’ dementi come Un pesce di nome Wanda. E credo che questo sia stato uno dei tanti fertili insegnamenti che ha dato ad alcuni critici più giovani di lui: imparare a fiutare a distanza lo snobismo, il manierismo autoriale, e non voltare le spalle, invece, al cinema autenticamente popolare. Caustico e sorridente, aggressivo e molto dolce, Goffredo ci ha insegnato, oltre che a essere il più possibile indipendenti e curiosi, anche a divertirci ancora, con i film, con i fumetti, con i libri, il teatro, la musica, la cultura.