Pablo Larraín

Mis muertos tristes

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Nelle sue sovrapposizioni tematiche tra assenze e parvenze, nelle sue inversioni metaforiche tra soprannaturale e corporeo, Mis muertos tristes si stanzia con una sua spettralità di fruizione, à rebours rispetto a visibilità mediatica e tabù culturali: radicale fin dal titolo, di sepolcrale e trafitta semplicità, la miniserie traversa l’amplificazione algoritmica dello streaming che le è preclusa, grazie a un sommerso seguito cinefilo, e si materializza nel discorso tanatologico nonostante le rinegoziazioni collettive e silenti delle inquietudini verso la morte. In una narrazione episodica (in quattro puntate) che trae un respiro cinematografico, Pablo Larraín galvanizza il primo tracciato del suo percorso d’autore, con la carica espressiva della morte che pervade il reale e la Storia, la tangibilità del grottesco che estranea e reinterpreta, l’individualità incisa nella colpa famigliare e nella memoria nazionale, la spazialità degli ambienti che si fa scrittura di un sentire recondito. 

E come gli spiriti dei cari estinti, anche i generi, dietro una padronanza defilata, traspaiono con sfumata intermittenza, dalla solitudine mélo e decadente della trilogia delle icone novecentesche (Jackie, Spencer, Maria) alle contemplazioni horror corrose dallo humour nero (El Conde), dalla detection impossibile (Neruda) fino ai livori intimistici del dramma civile (Tony Manero, Post Mortem), senza che nulla venga travasato, ma semmai trapiantato con un’inedita immediatezza d’insieme, nel bilancio introspettivo di Larraín dopo vent’anni di cinema eclettico. Perché se il (proprio) passato filmico non si estingue, anche i morti non muoiono, ovvero The Dead Don’t Die, titolo di una stralunata commedia zombie di Jim Jarmusch, l’unico film contemporaneo tra i grandi classici a essere omaggiato da Aki Kaurismäki in Foglie al vento, come ideale memento non mori per le ultime generazioni di cineasti. 

Da più racconti dell’argentina Mariana Enríquez, il cileno Larraín adatta e intreccia un soggetto apparentemente funzionale e smart per una piattaforma mainstream: protagonista è una dottoressa di Buenos Aires privata del camice per opachi trascorsi, che vede le anime dei defunti e dialoga con loro; in contrasto con la  figlia e la sorella, si trova a indagare sulla scomparsa della nipote e sul brutale omicidio di tre adolescenti, di cui avverte le presenze. Ma, in un’implosione del thriller e della ghost story, la miniserie dispensa una visione allucinata e grezza (con lo stridore dei cromatismi desaturati) su una terra (universale e non solo argentina) lieve per i morti ma opprimente per i vivi: ribolle l’oblio delle masse indigenti, la disumanizzazione  kafkiana degli apparati indifferenti, la polarizzazione economica di un intero continente, l’eterno ritorno del più atterrente spettro che si aggiri, quello di vecchi e nuovi fascismi. 

Senza una contiguità retorica tra propria poetica e denuncia politica, ma con la sofisticatezza compositiva nel far emanare dall’invisibile del quotidiano la sua forza civile, Larraín relega i personaggi in una claustrofobia a cielo aperto tramite immagini distorcenti e ruvide nel degrado urbano del quartiere di Piedrabuena, bilancia la perenne fluttuazione del naufragio esistenziale con la centralità del volto dei suoi interpreti, che, con pentimento e indignazione, punteggiano l’impalpabile desiderio di un altrove tutto materico, che apre a una residuale speranza. 

Dietro il perturbamento sinuoso di un racconto di shining, per la quieta convivenza con il paranormale, il topos della pestilenza (per la putrefazione delle risorse idriche) con lontani echi da Chinatown, la lacerazione speculare tra madri e figlie (esemplare la sequenza di un tribunale popolare che richiama Lo straniero di Camus), Larraín infonde antico e moderno, l’abisso primordiale verso l’ignoto e l’assurdo novecentesco, ma con la quintessenza stilistica di chi, in una forma carsica e organica, sa schiudere una verità aggiunta: quella della morte oltre le cadenze psicologiche del lutto, come lettura manifesta e catartica di un mondo che, per sua finitudine, le appartiene ineluttabilmente, ma senza il grigiore braccato e disperato dei vivi. L’eccezionalità, in controvento, dell’idea di “buona morte” che, attraverso i richiami al tema dell’eutanasia, stratifica quest’opera microcosmica, viscerale, magnetica, pulsante.

Stills: Mis muertos tristes (2026) © 2026 Netflix All Rights Reserved

Mis muertos tristes
Argentina, Cile, 2026, 50'
Ideazione:
Pablo Larraín
Sceneggiatura:
Anastasia Ayazi, Guillermo Calderón, Mariana Enriquez, Pablo Larraín
Fotografia:
Sergio Armstrong
Montaggio:
Sofía Subercaseaux
Musica:
Francisco Durán, Mauricio Durán
Cast:
Mercedes Morán, Dolores Fonzi, Alejandra Flechner
Distribuzione:
Netflix

Una dottoressa solitaria dotata di poteri soprannaturali vede la propria routine sconvolta dall'arrivo della giovane nipote, la quale porta con sé un approccio diverso e più intenso al dono che entrambe condividono.

Locandina: Mis muertos tristes (2026) © 2026 Netflix All Rights Reserved




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