La spietata lotta che non fa prigionieri tra la grande distribuzione e i produttori, specie quelli piccoli. Una delle tante forme, orribili e disumane, che il neo capitalismo imperante autorizza e sollecita.
Di questo parla La guerra dei prezzi, debutto dietro la macchina da presa di Antony Dechaux, già conosciuto come attore (l'ottima serie tv Le bureau, 2016, Quello che so di lei, 2017), chiamato a fare da film di apertura del Job Film Days (Torino, 6-11 ottobre), scelta opportuna e condivisibile.
Audrey di famiglia contadina e normanna lavora come responsabile in un supermercato di provincia. La sua aggressiva integrità a favore dei prodotti biologici a km 0 la segnala alla casa madre (“più presenze nel settore biologico per noi e aumento delle vendite per voi” “vogliamo il biologico ma quello vero, prodotto localmente”), la catena Derval che la vuole per questo all'ufficio acquisti (“più qualità, più trasparenza, più prossimità” così infiamma la capa dell'amministrrazione l'assemblea dei sottoposti), accanto al potente manager Fournier. Insieme lavoreranno per impostare una campagna che lavori sul contenimento dei prezzi dello yogurth a costo di segare tutte le realtà produttive che a quella distribuzione sono legate. Sarà una lotta, appunto, che non farà prigionieri, anche se gli obbiettivi dei due sono decisamente diversi: la priorità alla logica imprenditoriale del moloch (“qui si negozia per la Francia intera, per i 600 negozi Derval”) o la possibile valorizzazione delle realtà locali, come ad esempio quella gestita dal fratello di lei Roman? Insomma la guerra commerciale come strategia totale e quasi gioco tra le parti (realtà concorrenti e potere politico) che non si ferma neppure di fronte ai lati umani, personali e sentimentali.

Nato evidentemente sulle tematiche che hanno portato da qualche anno alla dura rivolta dei coltivatori francesi, un film netto e preciso nella sua tesi ( inevitabilmente d'accusa) all'interno di un racconto altrettanto inevitabilmente piuttosto tradizionale e sorvegliato (trattandosi di una opera prima è quasi scontato). Più efficace (e molto) nei duelli “alla baionetta” all'interno di salette oppressive e bunker che fanno da teatro alla stipula dei contratti che non ad esempio nella descrizione del quadro famigliare di Roman e Audrey o della storia sentimentale tra lei e un rivale di una ditta opposta.
Ana Girardot (figlia di Hyppolite e scoperta con il tv 2012-2015 I ritornati), dona al suo personaggio tutta l'energia e l'integrità di una faccia pulita e pericolosamente troppo ingenua; chi giganteggia è invece l'immenso Oliver Gourmet, attore di provenienza teatrale e feticcio dei Dardenne, premiato ad esempio a Cannes 2002 grazie a Il figlio, ma con una filmografia sterminata al servizio dei più grandi, da Chereau a Klapish, Audiard, Tavernier, per citare qualcuno. Il suo ritratto di manager che nasce come macellaio possiede tutta la terragna inossidabilità e burbera concretezza dell'uomo schiacciasassi che sa quello che vuole e come ottenerlo, a dispetto dei suoi stessi personali sentimenti.
Ed è il secondo motivo, direi di pretto godimento “artistico”, per cui questo film va visto, ulteriore testimonianza di quel cinema che si propone con acuta intelligenza e acuminata traiettoria di denunciare le forme, persino astratte nella loro aberrante logicità, del nuovo mondo capitalista ormai liberato dai (ricordate?) lacci e lacciuoli del welfare.