Radici del terrore: il suono del folk horror

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Prima che il cinema horror fosse dominato da jumpscares, demoni e case infestate, esisteva una paura più antica: quella della natura, delle tradizioni e delle comunità isolate. Il folk horror nasce proprio da questo immaginario. È un cinema che si muove tra i boschi e le campagne, passando ai rituali e alle superstizioni come luoghi in cui il passato continua a sopravvivere. In questi film il terrore emerge dalla terra stessa, dai paesaggi, dalle credenze e dalle memorie collettive.
La colonna sonora svolge un ruolo fondamentale: canti popolari, strumenti tradizionali, cori rituali, e sonorità arcaiche trasformano il suono in un elemento narrativo che sembra provenire direttamente dalla natura: dal vento, dagli alberi, dagli animali, dalle voci di comunità…
Da The Wicker Man a Midsommar, da The Witch a Men, questo percorso attraversa film che utilizzano il suono per costruire un legame profondo tra orrore e territorio. Opere visive in cui la musica non accompagna semplicemente la paura, ma la coltiva e la fa  germogliare.

1. THE WICKER MAN (Robin Hardy, 1973)

Ogni percorso sul folk horror non può che partire da qui. The Wicker Man è il film che ha trasformato il canto popolare in uno strumento di inquietudine. Le ballate folk britanniche che attraversano Summerisle, come nei brani Corn Rigs, Gently Johnny e Fire Leap, non cercano mai di creare suspense: accompagnano la quotidianità degli abitanti, rendendo ancora più destabilizzante la distanza tra il loro mondo e quello del sergente Howie. La musica è parte del rito, della comunità, del paesaggio. Non commenta ciò che accade, ma lo legittima. È forse questa la lezione più longeva del film: nel folk horror il terrore non arriva quando la musica tace, ma quando continua a suonare come se tutto fosse perfettamente normale. 

2. THE WITCH (Robert Eggers, 2015)

Robert Eggers costruisce un mondo in cui il vento, gli animali e il silenzio sembrano parlare la stessa lingua dei personaggi. Ambientato nella Nuova Inghilterra del XVII secolo, il film costruisce la propria atmosfera attraverso silenzi, rumori naturali e una colonna sonora firmata da Mark Korven che rinuncia a qualsiasi rassicurazione melodica. Archi stridenti, vocalizzi inquietanti e strumenti tradizionali manipolati sembrano emergere direttamente dal bosco che circonda la famiglia protagonista. La musica non accompagna la paura: la genera lentamente, insinuandosi nelle crepe della fede e della vita comunitaria. Il risultato è un'esperienza immersiva in cui la sonorità diventa il veicolo di un terrore ancestrale, legato alla natura e all'ignoto.

3. MIDSOMMAR (Ari Aster, 2019)

A differenza dell'horror tradizionale, Midsommar si svolge quasi interamente alla luce del sole. Eppure il film di Ari Aster è profondamente inquietante, e gran parte del suo essere così disturbante deriva proprio dall'uso del suono. La colonna sonora di Bobby Krlic intreccia elettronica e suggestioni folk, canti rituali e vocalità collettive che definiscono l'identità della comunità di Hårga. Le voci non sono semplicemente un accompagnamento: rappresentano il legame tra individuo e gruppo, tra corpo e rituale. In questo mondo il terrore nasce dall'appartenenza e dalla condivisione. La scena del pianto catartico della protagonista, circondata dalle donne del villaggio, ne è la prova lampante. 

4. MEN (Alex Garland, 2022)

Il paesaggio rurale inglese come spazio in cui si condensano traumi, memorie e paure collettive. Fin dalle prime scene il suono assume una funzione centrale: un semplice eco in una galleria campionato diventa un motivo musicale che attraversa l'intero film. La colonna sonora di Ben Salisbury e Geoff Barrow combina elementi corali e richiami alla tradizione britannica, creando un'atmosfera in cui il villaggio, il bosco e i campi sembrano risuonare di una presenza antica e inafferrabile. In questo percorso, Men rappresenta una rilettura contemporanea del folk horror come riflessione sul rapporto tra natura, mito e identità.

5. LAMB (Valdimar Jóhannsson, 2021)

Ambientato nei vasti paesaggi islandesi, Lamb costruisce la propria forza sul silenzio del paesaggio, quasi fosse una presenza viva e giudicante. Il vento e i suoni della natura diventano elementi narrativi fondamentali, mentre la musica compare con estrema delicatezza, senza alterare l’equilibrio narrativo. Il film attinge a un immaginario folklorico che affonda le radici nelle leggende rurali nordiche, ma evita qualsiasi spettacolarizzazione. L'inquietudine emerge lentamente dal rapporto tra esseri umani, animali e territorio e anche dalla colonna sonora di Tóti Guðnason. 

6. NOVEMBER (Rainer Sarnet, 2017)

Un viaggio nelle tradizioni popolari estoni, tra magia, superstizione e folklore contadino, girato in bianco e nero. Il film attinge direttamente a racconti e credenze rurali, popolando il proprio universo di spiriti, creature e rituali antichi. La musica resta spesso in secondo piano, lasciando spazio ai canti e ai rumori naturali, che contribuiscono a creare una dimensione sospesa tra fiaba e incubo. L'orrore qui non è mai separato dalla vita quotidiana, ma nasce dalla convivenza tra realtà e soprannaturale.

7. MOTHER! (Darren Aronofsky, 2017)

Un film costruito quasi senza musica tradizionale, affidandosi a rumori ambientali, respiri e suoni domestici per generare tensione e infastidire incessantemente l’udito dello spettatore. Questa scelta rende ogni evento più fisico e disturbante, trasformando la casa in un vero e proprio organismo vivente, che respira, scricchiola e reagisce ai corpi che si muovono in esso: la casa è la Natura, sacralizzata e minacciata dall'intervento umano; non a caso il terrore emergere proprio dalla violazione di un equilibrio naturale percepito come sacro. Il racconto assume progressivamente una dimensione rituale e allegorica, evocando temi legati alla fertilità, al sacrificio e al rapporto tra umanità e ambiente.

8. LA VALLE DEI SORRISI (Pierpaolo Strippoli, 2025)

La declinazione italiana del folk horror. Il film di Strippoli lavora sul contrasto tra paesaggio rurale e inquietudine sotterranea, recuperando temi legati alla comunità, ai rituali e alle tradizioni locali. Il suono svolge un ruolo essenziale nella costruzione dell'atmosfera: voci, silenzi e rumori ambientali contribuiscono a rendere il territorio un vero protagonista della narrazione. Come nelle opere fondative del genere, il pericolo non proviene da una minaccia esterna ma dalle dinamiche interne di una comunità apparentemente armoniosa. Un esempio significativo di come il folk horror continui a rinnovarsi adattandosi a contesti culturali differenti.

9. GET OUT (Jordan Peele, 2017)

Jordan Peele utilizza il linguaggio dell'horror per parlare di memoria, identità e appartenenza. La colonna sonora di Michael Abels e Timothy Williams intreccia orchestra, vocalità africane e richiami liturgici, costruendo un paesaggio sonoro che anticipa costantemente ciò che le immagini ancora nascondono come in Sikiliza Kwa Wahenga e Race For The Teacup. Il suono si trasforma in un grido d’aiuto costante, che lo spettatore arriva a decifrare progressivamente. Pur muovendosi lontano dai boschi e dai villaggi del folk horror europeo, Get Out recupera l'idea di una comunità chiusa, regolata da rituali e codici invisibili. È la dimostrazione che il genere può sopravvivere anche cambiando geografia, purchéé sia presente il rapporto tra territorio, mito e suono.

10. A GHOST STORY (David Lowery, 2017)

Il film di Lowery occupa una posizione particolare all'interno di questo percorso. Più che un horror, è un racconto contemplativo, una meditazione sul tempo, sulla memoria e sul rapporto tra esseri umani e luoghi. Tuttavia, il film condivide con il folk horror l'attenzione per il paesaggio e per le tracce invisibili lasciate dalle generazioni che si succedono. La musica di Daniel Hart alterna momenti di intensa emotività a lunghi silenzi, permettendo allo spettatore di percepire il passare del tempo quasi fisicamente. Il fantasma protagonista diventa una presenza legata alla terra e alla storia di un luogo specifico.

11. SALTBURN (Emerald Fennell, 2023) (?)

Forse è il titolo più marginale del percorso, ma anche quello che mostra come il rito possa sopravvivere in forme inattese. La grande dimora dei Catton diventa uno spazio governato da regole non scritte, in cui ogni gesto assume un valore proprio. La playlist, da Perfect (Exceeder) a Murder on the Dancefloor, accompagna questa discesa nel desiderio e nell'ossessione senza limitarsi a evocare un'epoca. Non è folk horror in senso stretto, ma condivide con il genere l'idea che ogni comunità costruisca i propri riti e che sia proprio la loro apparente normalità nel rispettarli a renderli inquietanti.