Lungi dallo sfornare un biopic accademico o un’epopea romantica, Stéphane Demoustier filma la Grande Arche de la Défense non come soggetto storico, ma come oggetto di un dramma psicologico per l’uomo che ne ha fatto il suo progetto personale. Il film sceglie di ignorare la grandiosità della struttura per concentrarsi sul crollo interiore del suo creatore. La vera ambientazione del film non è il faraonico cantiere, ma la prigione mentale di un idealista confrontato con la macchina tecnocratica francese, contro la quale le sue idee utopiche cozzano rapidamente con la complessità della realtà. Questa tragedia intima non cerca di suscitare la nostra ammirazione per la sua figura emblematica, ma trasmette una profonda malinconia, quella di un’ambizione insoddisfatta e di una battaglia personale persa.

Il film si basa interamente sulla magistrale interpretazione di Claes Bang, attore visto in The Square, che incarna uno Spreckelsen il cui approccio psicologico è al centro del dramma: la sua ossessione, la sua cieca determinazione al limite dell’irrazionalità di fronte agli ostacoli, e la sua profonda solitudine. Non interpreta un eroe, ma un uomo consumato dal lavoro della sua vita. Al suo fianco, Xavier Dolan è perfetto nei panni del tecnocrate sopraffatto, la cui agitazione nervosa rasenta la commedia dell’assurdo. Il film flirta con la satira nelle sue rappresentazioni della macchina burocratica, in particolare con il ritratto di un enigmatico Mitterrand, in perfetta sintonia con un architetto così lontano dal profilo previsto, mentre la moglie dell’artista, ancorata alla realtà, diventa testimone impotente della sua spirale discendente.
Lo stile di regia di Demoustier radicalizza questa scelta di intimità, si rifiuta di giudicare il suo personaggio e costringe lo spettatore a condividere il suo isolamento. La macchina da presa non cerca lo spettacolare, la fotografia nel formato quadrotto del 4:3 contrappone la purezza geometrica e metodica dei modelli e dei progetti dell’architetto alla realtà caotica e complessa del cantiere. Presenta un elefante in una cristalleria, raffigurando il personaggio come un vulcano dormiente: si filma l’erosione di un uomo piuttosto che l’erezione di un monumento. La storia non è strutturata attorno alle fasi di costruzione, ma attorno alle battaglie perse di un Don Chisciotte che vede sorgere davanti a sé i mulini a vento di una realtà politica ed economica francese in gran parte incompatibile con la sua visione artistica.

Il tema narrativo centrale è la rinuncia, che sfocia nelle sue dimissioni segrete, il sacrificio estremo di un artista che preferisce la resa all’imperfezione. Laddove un film come The Brutalist cercava di affascinare con la monumentalità, questo film offre una riflessione toccante, venata di tragica ironia, sulla fragilità umana nascosta dietro la pietra e il marmo. La sinergia tra la regia sobria e la performance profondamente sentita di Claes Bang offre una potente meditazione sul costo del compromesso.
1982. François Mitterrand lancia un concorso architettonico anonimo, senza precedenti, per la costruzione di un edificio iconico lungo l’asse del Louvre e dell’Arco di Trionfo. Con sorpresa generale, vince un architetto danese di 53 anni, sconosciuto in Francia. Da un giorno all’altro, Johan Otto von Spreckelsen si ritrova al timone del più grande progetto edilizio dell’epoca. E mentre intende costruire il suo Grande Arco come l’aveva immaginato, le sue idee si scontrano rapidamente con la complessità della realtà e i capricci della politica.