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Accadde oggi. Da a Spielberg, tutto quello che la Sf ha vaticinato

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Rivedere oggi i film SF di Spielberg, infatti, suscita una sorta di stupore retrospettivo, almeno se ci si limita al tema qui per sommi capi affrontato. Non tanto per quanto riguarda due capisaldi come Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) ed E.T. l’extra-terrestre (1982), più legati alla tensione quasi missionaria della favola, a una tradizione umanistica che tende ad addomesticare l’ignoto per ridefinire il rapporto con l’alterità.

Il vero punto di svolta, in fondo, avviene infatti con A.I. Intelligenza artificiale (2001, non a caso un progetto inizialmente sviluppato da Kubrick), l’opera con cui Spielberg comincia realmente a guardare in faccia il volto, contemporaneamente demoniaco e angelicato, della modernità. Se i mecha progettati per assolvere a compiti specifici (persino il sesso) trovano un riscontro nello sviluppo sempre più avanzato dei robot umanoidi, a lasciare sbalorditi, in questo dichiarato aggiornamento del Pinocchio collodiano, è ovviamente la raffigurazione delle AI, in un momento in cui ChatGPT, Gemini e compagnia erano solo una pia illusione. Nel film si trovano, portati a un grado di immediatezza quasi astratta, molti degli elementi su cui oggi verte il dibattito sul tema: le architetture cognitive ed emotive, l’elaborazione linguistica, l’ingegneria dei social robot, la capacità di simulare un pattern comportamentale coerente con quello di una personalità umana, il timore (o la speranza?) che le AI possano sviluppare sentimenti o emozioni (e non necessariamente una volontà di potenza distruttiva, come la Skynet di Terminator, 1984, o l’Entità di Mission: Impossible – Dead Reckoning, 2023, e Mission: Impossible – The Final Reckoning, 2025). Oltre ovviamente a tutte le conseguenze etico-filosofiche, a partire dal confine sempre più incerto tra la simulazione e l’esperienza autentica.

Se La guerra dei mondi (2006), con le sonde ottiche utilizzate dai Tripodi, prefigura i droni da ricognizione e i robot flessibili, Ready Player One (2017) introduceva una serie di innovazioni tecnologiche oggi stabilmente parte del vivere quotidiano: la realtà virtuale del metaverso e le sue conseguenze alienanti sulla socialità, le tute e i guanti aptici per tradurre gli stimoli virtuali in reazioni fisiche, i tapis roulant omnideirezionali per camminare nel mondo digitale pur rimanendo fermi sul posto. Ma forse il film spielberghiano più genialmente compromesso col presente è Minority Report (2002), tratto da un racconto di un gigante del genere come Philip K. Dick, come diverse delle opere citate in questa breve rassegna. Difficile stabilire quanto ancora debba compiersi e quanto già sia entrato a far parte della nostra quotidianità tra le numerose intuizioni di questa meditazione sulla società del controllo. Una riflessione declinata in un triplice registro: quello filosofico, dove non esiste più separazione tra colpa e giudizio e l’uomo vive in una società dominata dallo sguardo oracolare (a metà tra Orwell e il panopticon di Foucault) e secolarizzato dalla tecnica; quello religioso, con una trinità “impura” (quella dei precog) che vive immersa in una sorta di vasca battesimale e paga con la sofferenza il prezzo dei crimini commessi dagli uomini; quello giuridico, per cui gli individui non vengono più condannati sulla base dei fatti ma sottoposti a una sospensione criogenica che li estromette dal consorzio umano.

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