Nel primo numero della nuova serie di «Cineforum», nel marzo del 2021, c’era un articolo intitolato Edgar, che avrà cent’anni nel 2021, illustrato dalla fotografia di un signore maturo che guardava sornione in macchina nell’atto di salutare toccandosi la visiera del berretto da marinaio. Il signore era Edgar Morin, del quale gli autori del bell’articolo Mariapaola Pierini ed Emiliano Morreale raccontavano un pezzetto del pensiero immortale, quello inerente il cinema (espresso soprattutto nei fondamentali Il cinema o l’uomo immaginario e Le star, del 1956 e 1957 ma sempre ripubblicati, anche da noi), sottolineando soprattutto la sua capacità, fin da metà degli anni 50, di sottrarre il divismo e i suoi soggetti dall’area della futilità nella quale erano di solito relegati o dalla mera riflessione sulla recitazione. Il maestro della complessità, per il quale nessuna disciplina può fare a meno delle altre perché tutto si collega, intreccia, influenza, rimodella, tutto perciò va divagando, perdendo la direzione impressa all’inizio per svolte improvvise dettate da altro (scusate, non voglio semplificare: Morin intorno alla complessità ha scritto sei volumi, intitolati Il Metodo, pubblicati in Italia da Raffaello Cortina), diceva che «le star sono secrezioni ectoplasmatiche del nostro essere», che per comprenderne l’impatto su di noi non bastano i film e i loro personaggi ma occorre mettere insieme tutte le immagini che hanno rilasciato ovunque (pubblicità, giornali, news, oggi tutto ovviamente enfatizzato da web e social); ed è tutto questo che compone la “liturgia stellare”. .
«Ma dietro lo star system», scriveva «non c’è solo la “stupidità” dei fan, l’assenza di invenzioni dei cineasti, le manovre commerciali dei produttori. C’è il cuore del mondo. C’è l’amore, altra stupidaggine, altra profonda umanità». Più tardi piangeva la morte di Marilyn, ultima star del passato e la prima senza star system (ma anche quella che più di ogni altra ha espresso la sua concezione dilagante della star). Edgar ebbe cent’anni nel 2021 ed era vicino ai 105 quando è morto, il 29 maggio scorso. Non ha mai smesso di scrivere, cultura, politica, sociologia, scienza, lasciandoci anche istruzioni per l’uso della AI, sempre da collegare all’umanità. Da noi, l’ultimo libro, Semi di saggezza, è uscito nel 2026 e un’altra raccolta, uscita nel 2024, è intitolata Ancora un momento e contiene, tra gli altri, un’irresistibile parodia dell’URSS, Il compagno-Dio. Racconto di Natale, scritta nel 1956 ma mai pubblicata. Ma Morin ha scritto anche un gran bel romanzo di formazione: L’anno ha perso la sua primavera, la storia di un ragazzino di Parigi che ha dieci anni nel 1931, e quando ha vent’anni è il 1941 e bisogna scegliere da che parte stare. E Albert sceglie. Il suo alter ego, Edgar, lo scrisse nel 1946, ma lo ha ripreso in mano e pubblicato solo nel 2024. È un romanzo appassionato e commosso, pieno di vita, di desideri e di scoperte, e che racconta tante cose del suo autore, del suo secolo e dei suoi ideali. Di noi.