Si sa: l’horror sta attualmente vivendo una stagione florida. Non è, quindi, strano che il cinema supereroistico voglia appropriarsene e sfruttarne il successo. Ma, non si tratta di una novità: basta pensare a qualche titolo della filmografia di Sam Raimi e ricordare alcune sequenze di Darkman, Doctor Strange nel Multiverso della Follia e (perché no?) dei tre Spider-Man oppure pensare a Il mostro della palude di Wes Craven – datato 1982 –, che portava sul grande schermo il personaggio dei fumetti DC Swamp Thing. Anche James Gunn – ora direttore creativo dei DC Studios – aveva inserito delle sequenze degne del genere in The Suicide Sqaud e Guardiani della Galassia Vol. 3, mostrando esperimenti condotti su umani e animali. Eppure, Clayface non è un horror, né tantomeno il body horror che hanno provato a pubblicizzare e vendere.

Il lungometraggio diretto da James Watkins e scritto, fra l’altro, da Mike Flanagan è un thriller di vendetta con momenti gore e splatter (probabilmente inseriti per esibire o giustificare la scelta del R-rated) che non rischia quanto vorrebbe. Le origini del nemico d’argilla di Batman sono raccontate secondo le convenzioni del film supereroistico, attraverso un plot che presenta più punti di contatto con (guarda caso) il già citato Darkman, che con La mosca di David Cronenberg: uomo con il volto sfigurato dalla criminalità organizzata, cura sperimentale generatrice di superpoteri e possibilità di cambiare volto, assumendo identità di altre persone.
La differenza principale è che il protagonista Matt Hagen non è uno scienziato, come Liam Neeson nell’opera di Raimi, bensì un attore. Questo elemento, unito al paragone tra la terapia a base di nanoparticelle e gli attori del Metodo, esplicita una dimensione metatestuale: il corpo e l’identità dell’attore diventano strumenti da modellare. Si tratta di una prospettiva che sembra riflettere la volontà del DC Universe di rinnovare il cinecomic, contaminandolo con altri generi, anche se questa strategia sembra aver dato risultati più convincenti nella serialità televisiva che nel cinema.

Ma, è sul piano delle implicazioni sociali che vengono offerti spunti interessanti. L’emarginazione e l’isolamento in cui Matt Hagen si rifugia, dopo lo sfregio al volto, non sono forse un tentativo di elaborare, con il blockbuster, il trauma collettivo della pandemia di COVID-19, durante la quale il corpo era diventato fonte di insicurezza? D’altronde, la cura a cui si sottopone prevede iniezioni, come la vaccinazione, e gli permette di tornare a partecipare alla vita pubblica. Inoltre, il trattamento sperimentale che lo trasformerà in un mostro coinvolge non solo la nanotecnologia, ma anche l’intelligenza artificiale: che cos’è se non un modo per affrontare il tema del presente per antonomasia, cioè quello delle immagini generative? Questa prospettiva permette di accostare il lungometraggio DC ad altri horror contemporanei, come The Substance di Coralie Fargeat – a cui, talvolta, sembra strizzare l’occhio – o Backrooms di Kane Parsons. Attraverso percorsi differenti, questi prodotti riflettono sulla creazione di copie che manipolano, perfezionando o deformando, delle immagini preesistenti.
Eppure – come già detto – Clayface non è un horror. Il genere emerge solo quando si avvicinano i titoli di coda, lasciando allo spettatore più navigato il rammarico per un film che avrebbe potuto avere il piglio e il divertimento di un feroce e grottesco B-movie.
Stills: Clayface (2026) © 2026 Warner Bros. Italia All Rights Reserved
La terrificante discesa di un uomo, da astro nascente di Hollywood a mostro assetato di vendetta, in una storia che esplora la perdita di identità e umanità, l'amore corrosivo e il lato oscuro dell'ambizione scientifica.
Locandina: Clayface (2026) © 2026 Warner Bros. Italia All Rights Reserved