Jérôme Bonnell

Nel silenzio delle stanze

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Ci sono alcuni elementi molto semplici, ma autentici, che rendono Nel silenzio delle stanze, diretto nel 2025 da Jérôme Bonnell, un film intenso ed interessante, al di là di una trama che, se raccontata e non “vista” sullo schermo, può sembrare banale o, al contrario, eccessivamente macchinosa. Il primo è costituito dagli attori: dai protagonisti Swann Arlaud e Louise Chevillotte, una coppia alto borghese della Normandia del 1908, lui notaio lei flautista che, per sposarsi, ha dovuto abbandonare la musica, che pratica solamente nelle (rare) occasioni mondane, alla madre di lui, una Emmanuelle Devos strepitosa, piacente e tirannica donna anziana, allettata e resa afasica da una grave malattia, che comunica con una lavagnetta attraverso cui, il più delle volte, rimprovera il figlio per la sua inettitudine (umana e) sentimentale e per il fatto che non riesce a darle un nipote (tanto che lui pensa di essere sterile e il tema dei figli, legittimi o meno, è, come vedremo, uno dei nuclei portanti dell’opera), fino a Galatéa Bellugi, qui nella sua migliore interpretazione, quella di una giovane domestica che, subendo le attenzioni del “padrone di casa” come ha dovuto subire, in passato, quelle di uno dei fratelli, assecondando così un potere maschile che è patriarcale prima ancora che di classe, rimane incinta, dando così avvio alla vicenda. Che si basa sull’esistenza monotona e piatta della coppia di cui sopra, i cui componenti sono entrambi sacrificati al contesto in cui vivono perché lui si esprime sì nel mestiere che svolge, ma viene rifiutato quasi costantemente dalla moglie, mentre lei, che come si diceva ha abbandonato una possibile carriera musicale e non prova alcun desiderio per un marito effettivamente noioso e pedante, oltre che legato alla madre da un rapporto simbiotico di cui solo alla fine si conosceranno le motivazioni, passa le giornate facendo quello che fa qualunque signora borghese del suo tempo. Però con una marcia in più, in termini di perspicacia e decisione (attenzione, spoiler); perché quando scopre che la sua domestica giovane è incinta e apprende che un aborto (“soluzione” abitualmente praticata in questi casi, a quei tempi e non solo, per salvaguardare l’onore della famiglia ospitante) non è più possibile, capisce che il responsabile è il marito e gli propone di tenere il bambino come se fosse il loro figlio, a una condizione precisa: non ricevere più avances di tipo sessuale da lui. Cosa che riesce fino a un certo momento, fino a quando cioè lui non accamperà nuovamente, con un ricatto, i propri “diritti coniugali” perché si è reso conto che il rapporto tra la moglie e la domestica sta prendendo una piega inaspettata… accelerando la rottura del finale. 

Interessante risulta inoltre, per tornare al discorso iniziale, la compostezza della regia e della tessitura d’insieme. Nonostante la presenza di elementi melodrammatici, infatti, il film evita le scene madri e i toni urlati e sofferti e mantiene una misura piana, sapientemente equilibrata, che dice e non dice ma decisamente dice, mostrando in modo realistico la quotidianità della vita familiare dei protagonisti ma indulgendo spesso e volentieri a una narrazione per tocchi, suggestioni, aperture significative. Essenziali. Un cinema concentrato, che va al nocciolo delle questioni con pacatezza e sobrietà, in linea con il modus vivendi dell’alta borghesia del tempo e anche con la personalità della protagonista, decisa e fiera quando capisce ciò che deve (e che vuole) fare, quanto austera e schiva fino al momento precedente. Compostezza che si traduce in uno stile ineccepibile, coadiuvato, nella ricostruzione della realtà francese (normanna, anche se il romanzo da cui è tratto, Amori di Léonor de Récondo, 2015, è ambientato nella regione della Touraine) di inizio Novecento, dalla scenografia (è stato utilizzato come ambientazione, per la maggior parte delle scene, il castello di Sainte-Marie-de-Vatimesnil), dalla musica che sottolinea alcuni passaggi senza enfatizzarli, dalla fotografia dai toni naturali e sobri e dai costumi (di Céline Guignard) che sono valsi all’opera la candidatura ai César.         

E veniamo infine al nocciolo delle questioni, in un’opera che, tuttavia, non lesina scarti e deviazioni dal tracciato, se funzionali al significato complessivo. A partire dal titolo, il “silenzio delle stanze” di quello italiano, in cui non si può sapere che cosa succede - e di cose, se consideriamo anche la stanza della madre del protagonista, ne succedono parecchie -, e la “condition” del titolo originale, che è letteralmente il patto (la “conditio sine qua non”) che la protagonista propone, anzi impone, al marito fedifrago, ma è anche lo stato sociale (perché le differenze sociali sono un’altra chiave dell’opera: sarebbe stato diverso se a rimanere incinta del protagonista fosse stata una sua amica o un’amica della moglie; e il finale, in questo senso, è molto più interessante di quello che sembra) e, soprattutto, lo stato di salute, inteso anche proprio come gravidanza (sarebbe la “bonne condition” o la “condition intéressante”, ma in contesti formali o aristocratici, in passato, si usavano anche solo “condition”, o “état”, come eufemismi per indicare l’attesa di un figlio). L’opera considera quindi il perbenismo di un tempo, non lontano, in cui tutto veniva sottaciuto e falsificato pur di perpetuare un equilibrio fondato sul mantenimento dello status quo; uno status quo in cui anche la borghesia più illuminata, come poteva essere quella delle professioni o dell’arte, a cui appartengono i protagonisti, era soggetta a regole, esplicite o non esplicite, e non poteva mostrare, né dire, certe cose, nemmeno alle persone più vicine. E i “segreti” si tramandavano nel tempo e nelle famiglie, spesso di generazione in generazione. Questo status quo comprende anche i rapporti di classe di una certa società, e quelli di potere; anche tra marito e moglie, oltre che tra uomo e donna. Un potere patriarcale che era del tutto naturale, per cui il silenzio di cui sopra rientrava a pieno titolo nell’ordine delle cose. E di cui, nel nostro caso, il protagonista stesso è vittima, in quanto figlio nato a sua volta fuori dal matrimonio, e per questo così desideroso di affetto. 

Emblematica, in questo senso, la scena della confessione della protagonista: il parroco le suggerisce quello che ci si aspetta, che dovrebbe rientrare in famiglia e in quell’ordine che è in procinto di sovvertire, anche a causa dell’attrazione che sente, sempre più forte, per la donna che “le ha dato un figlio”; ma il modo in cui lo dice, e il modo in cui lei, in silenzio, ascolta quelle parole e le fa proprie, dietro alla grata di ferro pesante che lascia, però, intravedere il volto dell’altro/a, rivela efficacemente ciò che l’opera intende esprimere.

Stills: Nel silenzio delle stanze (2026) © 2026 Diaphana Films All Rights Reserved

Nel silenzio delle stanze
Francia, 2026, 103'
Titolo originale:
La Condition
Regia:
Jérôme Bonnell
Sceneggiatura:
Jérôme Bonnell, Léonor de Récondo
Fotografia:
Pascal Lagriffoul
Montaggio:
Julie Dupré
Musica:
David Sztanke
Cast:
Swann Arlaud, Louise Chevillotte, Galatea Bellugi
Produzione:
Diaphana Production, Canal+, Ciné+OCS
Distribuzione:
Officine Ubu

All'inizio del XX secolo, nella campagna della Normandia, una donna sposata e la sua cameriera cercano di sfuggire alla morsa del patriarcato borghese.

Locandina: Nel silenzio delle stanze (2026) © 2026 Diaphana Films All Rights Reserved

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