Aaron Sorkin ritorna su Facebook senza proseguire il racconto di The Social Network: non è un sequel, The Social è un'altra scala di osservazione. Dove Fincher mostrava la nascita di un’impresa a partire dai sentimenti e dalle ambizioni dei protagonisti, Sorkin osserva un potere costituito e poi degenerato, attraverso la whistleblower Frances Haugen e il Wall Street Journal. Sorkin sceglie schemi che sa maneggiare: l’inchiesta, il thriller investigativo, il legal drama – chiaramente nel solco del cinema civile di Pollack e Pakula. Profano di tecnologia e tramite dello spettatore, il giornalista Jeff Horwitz (Jeremy Allen White) ha il profilo (gli occhi e il fascino da belloccio scaltro) di Paul Newman di Diritto di cronaca e di Robert Redford di Tutti gli uomini del presidente. È l’erede di un giornalismo novecentesco che per Sorkin resta l’unico in grado di far vacillare il potere, come suggerisce lo scambio sui cronisti del Watergate: «metropolitani, non metrosexual». A quella cultura appartiene il film, con la sua fiducia nella parola che smaschera; ne deriva anche un’enfasi talvolta fuori dal tempo sulla sacralità morale delle istituzioni e della democrazia celebrate come argini al potere senza interrogarsi fino in fondo sulla loro capacità di contenere le nuove forme.

Sorkin è verboso, solido: il film procede come una serie tv scritta con diligenza, con personaggi tipizzati perché l’ingranaggio funzioni e un conflitto che raramente supera quello delle rispettive posizioni morali. La tensione è affidata soprattutto ai botta e risposta tra Horwitz e Haugen (Mikey Madison) che danno all’inchiesta un’andatura da commedia romantica, tra screwball comedy e Frank Capra. Gli interni gelidi e le inquadrature frontali trasformano Menlo Park (dove sembra piovere incessantemente) in un’arena dialettica. Il walk-and-talk, dai tempi di The West Wing, è una trovata di ritmo più che di spazio, di raccordo più che di visione: a Sorkin manca la capacità di condensazione figurativa che trasforma un’idea in una forma visiva.

La colpa di Facebook (poi Meta) non consiste soltanto nell’aver conosciuto i danni prodotti dalla piattaforma senza intervenire, ma nell’averli progressivamente resi funzionali al proprio modello economico. Non una «bacheca», come sostiene il Zuckerberg di Jeremy Strong (che porta con sé il suo Kendall Roy), ma un sistema che, per generare profitto, cerca e trova modi sempre più amorali. È qui che la forma classica arranca, perché un’aula del Congresso può ospitare un amministratore delegato, non un algoritmo. Se l’antagonista è un insieme di decisioni manageriali, distribuite e prive di un interlocutore univoco, Sorkin, che ha bisogno di volti, finisce per discutere più che per drammatizzare il conflitto.

Eppure, è proprio in questa fiducia nelle forme tradizionali che The Social trova la sua essenza: come Horwitz sfida Meta con l’inchiesta classica, Sorkin oppone alle piattaforme la grammatica del grande schermo. In un paradosso emblematico – in cui persino il Washington Post dei Pentagon Papers è oggi proprietà di Jeff Bezos –, il film impiega un cinema di matrice novecentesca per raccontare il potere di Internet nella lingua del Watergate. Questo anacronismo, fondato sulla fiducia nei testimoni e nelle istituzioni, è forse il suo tratto più eloquente: lo sforzo di Davide contro Golia, di raccontare eventi recenti che sembrano già appartenere a un’altra epoca e che invece hanno deciso ieri come andrà domani, a nostra insaputa.
Stills: The Social: Il prezzo della verità (2026) © 2026 Eagle Pictures All Rights Reserved
Segue Frances Haugen, una giovane ingegnere di Facebook, che si è avvalsa dell'aiuto di Jeff Horwitz, un reporter del Wall Street Journal, per rivelare i segreti più custoditi del social network.
Locandina: The Social: Il prezzo della verità (2026) © 2026 Eagle Pictures All Rights Reserved