CINEFORUM / 20NS

Apocalissi (con figuracce)

La fine del mondo demenziale di Bugonia & co.

Quando nel corso degli umani eventi un mondo, un universo o addirittura un multiverso è costretto a collassare (stiamo parlando di “invenzioni cinematografiche”, almeno per ora), di norma siamo altrove rispetto all’apocalisse palingenetica secondo etimo biblico. Un autolesionismo elevato alla ennesima potenza, una dabbenaggine dalle conseguenze incalcolate o anche, più ineluttabilmente, una “fantozziana” serie di sfortunati eventi: nell’anno 2025 la percezione universale è che tutto può concorrere a provocare la fine del mondo. La novità è che questa, per qualche sagace cineasta “provocatore” e fuori dal coro, non è necessariamente un fatto tragico e senza scampo, piuttosto un’occasione di comicità assurda e beffarda nelle sue sfumature teo-filosofiche, che soprattutto vuole ammiccare alle menti sintonizzate e sensibili più sofisticate.

A latere rispetto alla fantascienza catastrofica che qui non è in esame, un filoncino fortemente derivativo (con tanti padri) ma anche originale e bizzarro tiene ben alta la fiaccola del non convenzionale e dell’inventivo. Non intendiamo quindi riferirci alle svariate saghe zombie, alle epiche battaglie targate Marvel o D.C. Comics, ai nuovi-vecchi terrori a tutto effetti speciali che provengono dall’invisibile o dagli spazi siderali, dall’estremamente piccolo dei germi all’estremamente grande di incontrollabili mutazioni climatiche o dei corpi celesti vaganti nel cosmo. Niente di tutto ciò, anche se l’ironia e la strizzata d’occhi spesso lì, tra un super eroe e un super distruttore, non mancano. Potremmo invece accorpare questo altro e peculiare manipolo di titoli eccentrici e volutamente paradossali sotto la definizione di cinema fantapocalittico demenziale, di cui il caso Bugonia rappresenta il recentissimo e tutt’altro che banale ulteriore capitolo.

Resettare il mondo

Bugonia è il remake, sostanzialmente rispettoso di trama e senso, di un fantasmagorico fantafilm coreano diretto nel 2003 da Jang Joon-Hwan, Saving the Green Planet (titolo originale Jigureul jikyeora!), diventato un cult internazionale. All’osso la trama racconta di un adolescente borderline con la madre in coma, convinto che la Terra sia infestata da subdoli alieni del pianeta Andromeda, il cui capo sarebbe nientemeno che il manager di una industria chimico farmaceutica responsabile del suo dramma filiale. Per questo lo rapisce e lo tortura, cercando di fargli rivelare il complotto e i nomi degli invasori travestiti da umani.

Il titolo della versione di Yorgos Lanthimos (che ha sostituito nel progetto Ari Aster), presentata all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, è ripreso da un mito greco (menzionato anche da Virgilio) secondo cui da una carcassa di animale (in particolare un bue) sia possibile “far nascere” un intero alveare di api, praticamente una metafora di rigenerazione dalla morte alla vita. La brillante idea che regge tutta la pirotecnica trama è che a volte il complottismo più idiota e insano può essere vero e uno psicopatico può avere ragione e la società civile, il potere economico e tutti gli organi di controllo clamorosamente torto. “La verità” è però anche che gli Andromediani sono quelli che hanno più volte creato e “resettato” con apocalissi varie la vita sul nostro pianeta (dinosauri, Atlantide e così via) e che questa è l’ultima nostra occasione inconsapevole di sopravvivenza.

Tra i film – più cerebrale, cinico e dolente l’occidentale, più caldo, tumultuoso e persino intenso e melodrammatico l’altro – ferma restando la follia e la demenzialità degli accadimenti (con poliziotti che prendono a pistolettate le api, la capigliatura che funge da radio antenna, un sequestro malconcepito dagli sviluppi fracassoni), la differenza sostanziale è che Lanthimos può usufruire di una star come Emma Stone, disponibile con aderente convinzione a ogni assurda giravolta, mentre nel primigenio orientale il ruolo dell’alieno è svolto dall’autoritario e virile Baek Yoon Sik. Alla fine di Bugonia, Lanthimos dopo vorticosi cambi di ritmo, di genere e di spiazzamenti di mood (si immerge con assoluto godimento persino nello splatter più di serie B), conferma comunque la sua vocazione a un cinema raffinato, amaro e ironico, da metapulp, con meravigliose inquadrature di una Terra senza abitanti nel finale, sulle note di una ballad antimilitarista composta nel 1955 da Pete Seeger, Where Are All the Flowers Gone?, diventata nei 60 un inno di protesta caro agli hippie e con persino una clamorosa e struggente versione in francese, tedesca e inglese di Marlene Dietrich. Curiosamente anche Saving the Green Planet usa lo stesso escamotage musical-evocativo, però a inizio film e con una versione quasi punk rock di Over the Rainbow.