CINEFORUM / 20NS

Asher & Asher

Ci sono due Baum, che chiacchierano tra loro.
Ma non sono Asher Baum, lo scrittore protagonista, e suo fratello Josh, l’opposto di lui, un immobiliarista vitale ed entusiasta. No: sono Asher Baum e Asher Baum, cioè Asher che parla con se stesso, ad alta voce, in privato e in pubblico, in casa, per strada, in treno, al ristorante, ovunque. Ragiona, dibatte, si arrabbia, si sgrida, sempre alle prese con un interlocutore molto disponibile anche se spesso ipercritico. Cinquantenne, discretamente in forma, memoria ben funzionante, nessun segno di deficit cognitivo: «Dopotutto, con chi altro dovrei parlare? Pensava. Chi altro è così amichevole, così affabile e perspicace, così coinvolto e ammodo? Sì, ammodo e, soprattutto, comprensivo. Chi altro mi ascolta con mente aperta ed empatica, e si preoccupa di me? A chi altro importa un accidente che io continui a spingere un macigno su per una collina?

E se mai dovessi arrivare in cima, che cosa diavolo avrei ottenuto? Un macigno su una collina. Fantastico. Allora, perché mi devo dannare?».

E via discorrendo lungo le 184 pagine di Che succede a Baum?, edito da La nave di Teseo, nella traduzione efficace e “mimetica” (sembra davvero di sentir parlare l’autore) di Alberto Pezzotta. Lanciato come il primo romanzo di Woody Allen, in realtà è in perfetta continuità con il suo cinema, con certi antieroi borbottanti, meditabondi e molto urbani, qualunque sia la loro età, gli Alvy, Ike, Joe, Lenny da lui interpretati, ma anche Larry (Boris Yelnikoff in Basta che funzioni) e Elliot (Michael Caine in Hannah e le sue sorelle), Gil (Owen Wilson in Midnight in Paris). E con molti dei monologhi irresistibilmente disastrosi pubblicati in Italia nelle raccolte Saperla lunga, Citarsi addosso, Effetti collaterali, e soprattutto con l’autobiografia A proposito di niente, pubblicata nel 2020 ancora dalla Nave di Teseo, gran libro, onesto, autoironico, per nulla presuntuoso.

Di fatto, Asher Baum condivide alcune cose con Allen, come il fatto di aver avuto un’infanzia felice e protetta, per cui non si motivano nelle radici le sue nevrosi, tre mogli, l’ipocondria, il terrore dell’infinitezza dell’infinito e dei buchi neri che aspirano vertiginosamente pianeti e stelle, l’aspetto fisico, anche se ha circa quarant’anni meno dello scrittore. «Quando Baum si guardava allo specchio, riconosceva un incrocio intelligente tra gli occhi tristi del padre e il naso semitico della madre; l’ansia, invece, apparteneva solo a lui. I suoi capelli erano folti, ma sparavano da tutte le parti; gli occhiali Foster Grant con la montatura nera gli davano un’aria da studioso. Se fosse stato un attore del cinema avrebbe interpretato strizzacervelli, insegnanti, scienziati o scrittori – e in effetti, nella vita, apparteneva a quest’ultima categoria». Piuttosto apprezzato come saggista e giornalista, non ha avuto fortuna come autore di commedie e romanzi (adesso si dibatte in una nuova creazione). E per questo, forse, ha cominciato a incrinarsi il rapporto con la terza moglie Connie, che si è innamorata di lui e l’ha sposato per il suo talento, ma che adesso è diventata piuttosto aggressiva e si dedica solo a Thane, figlio amatissimo e viziatissimo di un precedente matrimonio che, giovane, ha ottenuto un grande successo con il primo romanzo.

«Per Dio, Asher, non parlare da solo. Fa venire i brividi», lo apostrofa Connie all’inizio del libro, e gli avventori dei ristoranti si allontanano da lui, come i passanti per strada. Pochi passanti, in realtà, perché Connie vive in una bella magione in campagna, e così Asher, che in realtà odia tutto quello che fuoriesce da Manhattan. «Ricordava la volta che era stato testimone di una rapina in un negozio: tutti se ne stavano impotenti, mentre i ladri si servivano sfacciatamente, e la guardia di sicurezza fissava paralizzata la canna di una Glock semiautomatica, assai diffusa nella Grande Mela. Eppure, in città c’è speranza e si hanno delle possibilità di scelta. C’è sempre altra gente, auto della polizia, buoni samaritani e portieri. Ma se sei isolato in una casa di campagna e un’auto si ferma davanti alla tua porta alle tre del mattino, fratello, fai pure testamento». Puro, limpido Allen, come si capisce dalle brevi citazioni tutte dall’inizio del libro, dove scoprire forse, in sottotraccia, anche riferimenti alla vita personale dell’autore, certamente ad alcuni suoi film. Il tutto in un continuum senza interruzioni in capitoli o paragrafi, in un flusso dialogante tra campagna e città, tra cinema e narrativa.