Perché La sposa! ha scombinato tanto le carte della critica, che ormai ingoia polpettoni orrifici eleganti, arroganti e sentenziosi con ossequioso rispetto e invece, davanti al film di Maggie Gyllenhaal, si è in parecchi casi inalberata, accusandolo di citazionismo pasticcione, sconnessione, disarmonia? Insomma, casino. Perché Povere creature! va bene, nonostante sia anch’esso un pastiche, e The Bride! no? Certo, Lanthimos è iperprotetto da uno status alto d’autore, ed è molto bravo e rigoroso, secondo me, proprio quando fa i film più pop, come le Creature e Bugonia. Ma perché I peccatori di Ryan Coogler manda in visibilio i membri della Academy e parte della critica? Quello sì che è un un po’ un pasticcio, mezzo film a sfondo socio-rurale e mezzo horror, mezzo blues e mezzo ballata irlandese (Bram Stoker era di Dublino), mezzo Richard Wright e mezzo Quentin Tarantino, con strizzate d’occhio a Spike Lee e forti iniezioni di Dal tramonto all’alba (vorrei ricordare che quando uscì, trent’anni fa, il pulp horror di Robert Rodriguez non fu esattamente osannato dalla critica). Eppure, I peccatori conquista ben 16 nomination (solo quattro gli Oscar, che finalmente premiano il talento di Paul Thomas Anderson). Sensi di colpa dell’uomo bianco? Se è per questo l’uomo bianco dovrebbe averne ancora di più, di sensi di colpa, rispetto alla donna bianca. Che è poi in fondo quello che cerca di far capire Maggie Gyllenhaal con il suo film, che è urlato, barbaro, straripante e davvero, sì, incasinato, ma non a livello di sceneggiatura (che funziona perfettamente), né a livello di “connessioni”: tra genere e genere (horror, noir, gangster movie, musical), secolo e secolo (dal 1818 della pubblicazione di Frankenstein di Mary Shelley al 1936 del film di Whale e dei musical Rko), citazione e citazione. Ci sta tutto: Frankenstein Junior di Mel Brooks (Puttin’ On the Ritz di Irving Berlin che accompagna il numero musicale al centro del film) e La moglie di Frankenstein di James Whale (che aveva già parecchi elementi di commedia), Bonnie & Clyde nelle rivoluzionarie incursioni dei due malconci fidanzati e i sobborghi oscuri del noir dove si muoveva Ida (come la protagonista) Lupino (come il boss che colleziona sotto spirito le lingue delle moll troppo chiacchierone che ha fatto eliminare), la folle scienziata che va a scavare nelle tombe (chapeau ad Annette Bening, che porta davanti alla macchina da presa la sua vera, splendida faccia piena di rughe, fascino e intelligenza) e la coppia di detective formata da Peter Sarsgaard e Penélope Cruz che pare uscita dritta da Invito a cena con delitto di Robert Moore (Peter Falk e Eileen Brennan). E, su tutti, Mary, che urla i suoi cognomi dalla tomba: Godwin, Wollstonecraft e infine Shelley, sempre più arrabbiata per gli uomini che l’hanno circondata e per la storia che non è riuscita a scrivere. Appunto, la Sposa. Il punto esclamativo glielo mette Ida, dalla faccia macchiata e la lingua instancabile, una furia in arancione alla quale si accompagna il malinconico Frank (due notevolissime interpretazioni di Jessie Buckley e Christian Bale). Ecco, attenzione all’arancione e ai tanti colori che illuminano il film: l’horror trova più condiscendenza se è in bianco e nero o almeno si finge tale, smorzando i toni, come il Frankenstein di Guillermo Del Toro, re di eleganza, con la Creatura più bella di sempre, Jacob Elordi, gran fisico e scarsa recitazione. Eccoci quindi al prestige horror, eccoci al laccatissimo Nosferatu, a Robert Eggers e Ari Aster, sugli inganni e le presunzioni dei quali si è già espresso su queste pagine Pier Maria Bocchi (che in questo numero ci parla invece di un autore che fa horror belli, senza “prestige”, Osgood Perkins). Invece, Gyllehaal va sopra le righe, si butta, scompagina; come ha fatto Coralie Fargeat con The Substance (e prima con Revenge) e, alla sua maniera educata, nordica, Emilie Blitchfeldt con The Ugly Stepsister. Per una volta, le signore affilano l’arma della maleducazione e colpiscono nel segno.
PS. Il titolo è una citazione da Macbeth, la frase pronunciata da una delle tre streghe («Qualcosa di sinistro sta arrivando»)