CINEFORUM / 21NS

Una notte in Italia

La nuova serie di Marco Bellocchio

Da dove è possibile cominciare a guardare, ad analizzare, a studiare l’ultimo lavoro di Marco Bellocchio? L’ennesima opera multiforme e perfetta, che dice e non spiega; parla e non imbonisce; rivela e non rivela. Che tratta lo spettatore come essere senziente e adulto. Che si permette di essere sfacciata e allo stesso tempo compressa e complessa; diretta e sghemba; oggettiva e personale. Marco Bellocchio è il più profondo e allo stesso tempo contemporaneo dei nostri autori. Portobello è l’ennesima ricognizione nella nostra storia recente. L’ennesima volta in cui Bellocchio si (e ci) interroga sul senso ultimo della notizia, sul senso profondo del conflitto tra intimità e pubblico, su ogni certezza che si scopre fragile. Bellocchio sceglie Enzo Tortora, vittima di una cattiva giustizia, di una ferocia combattente, di una dispersione del diritto, per renderlo corpo simbolico massacrato da un paese che non sazia mai la sua fame di colpevoli da additare, di celebrità da masticare e sputare, di statue da demolire e calpestare. E lo fa con gli strumenti purissimi del cinema, semplicemente declinandoli sulla lunga durata.

La serialità in Bellocchio – come già successo per Esterno notte – è ricerca di ulteriore complessità, proprio quando la fiction significa il più delle volte semplificazione. Anche l’apparenza di Portobello è – esattamente come l’oggetto del suo racconto – nazionalpopolare. Bellocchio non si affida a una regia arzigogolata o complessa, sceglie anzi il ritmo piano del romanzo popolare, deciso non al compiacimento ma al gusto del racconto. Però Bellocchio è un autore sempre pronto allo scarto, alla sorpresa, all’immagine che ne suggerisce altre. Portobello – che si chiama così, come la trasmissione, non cedendo alla personalizzazione di “un caso Tortora” qualsiasi – richiama la sineddoche, gioca con la parte per il tutto riuscendo così a interpretare, fino in fondo, lo spirito di un senso della nazione. I film “storici” di Bellocchio, così preponderanti nella sua recente filmografia – si pensi a Vincere, a Fai bei sogni, a Bella addormentata, a Il traditore, all’ultimo Rapito, al prossimo annunciato film su Sergio Marchionne – costituiscono un corpus unico nella nostra cinematografia: il tentativo di tornare a utilizzare il cinema come strumento di analisi, di approfondimento, di critica.

E il ritratto che ne esce è, spaventosamente, quello di un autore che sa usare allo stesso tempo indignazione e grottesco, ironia e profondità analitica. Da questo dipende la scelta di non creare attorno a Portobello una critica puramente filmica, ma di seguire il percorso delle epifanie improvvise che Bellocchio dissemina nel suo lavoro. Come a regalarci un ulteriore, inaspettato, spunto di analisi. Come a costruire una storia d’Italia, rigorosamente con la esse minuscola, più dedita all’intelligenza che alla cronaca, più a suo agio con il lampo di genio che alle regole della narrazione. Certo, Portobello è fatto anche – se non soprattutto – di scelte oculate di messa in scena e di dedizione dei corpi attoriali ai ruoli prestabiliti (Fabrizio Gifuni è gigantesco nel restituirci un Tortora riconoscibile e allo stesso tempo “nuovo”). Ma Portobello sa essere altro, sa donare attraverso intuizioni improvvise una chiave di lettura diversa, un momento indecifrabile ma contemporaneamente illuminante, una ventata interpretativa dell’autore più lucido del nostro cinema.