Ultimissime dalla Malesia

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Spulciando fra le vecchie annate di «Cineforum», è spesso frequente trovare numerosissime perle; a volte, alcune di queste perle rivelano anche un gusto particolare quanto inaspettato. È il caso del saggio che qui riproponiamo, scritto da Gianluigi Bozza in occasione della prima emissione televisiva del Sandokan di Sergio Sollima (n. 152, marzo 1976). Saggio che magari risente un po’ del taglio critico dell’epoca, ma che ha il pregio di fare un’accurata disamina del caso Sandokan, sia come prodotto cinematografico-televisivo che come fenomeno di costume. Ci permettiamo giusto di aggiungere una cosa: se il cattivo della storia, lord Brooke, assurge a una statura se non proprio di simpatia, comunque quasi eroica, è merito soprattutto dell’elegante, sornione cinismo che seppe infondere nel personaggio il grande Adolfo “Emilio Largo” Celi. Come diceva Hitchcock: più riuscito è il villain, più riuscita sarà l’opera! 

«Cineforum» n. 152, marzo 1976

 

Sandokan all’arrembaggio con il beneplacito dei nipotini di lord Brooke

Gianluigi Bozza 

Dentro la calza della befana televisiva, abitata per consolidata consuetudine dall’illusione milionaria collettiva della lotteria canora nazionale (elaborazione di un modello paleocapitalistico del successo, della ricchezza e della feltcità), apparentemente non preannunciato abbiamo trovato il fenomeno Sandokan, il “fatto culturale" più appariscente degli ultimi mesi.

L'operazione iniziò più di un anno fa con i soliti comunicati pubblicitari rivestiti di valenze informative e con le foto di scena che ricorrentemente venivano pubblicate dalla stampa. Poi, a sceneggiata filmato concluso, l'interessante sentenza del pretore di Roma che, intervenendo sulla richiesta della Titanus di ulteriori trecento milioni per dare via libera alla trasmissione del coprodotto, ha confermato che il monopolio televisivo è un servizio sociale e che l'interesse privato non può prevalere su quello pubblico. La Rai si è trovata le pizze tra le mani al costo pattuito e, al contempo, un riconoscimento giuridico che ne esalta la rispettabilità anche quando trasmette short pubblicitari. 

Sandokan appare sul teleschermo ed è subito un successo a cascata. La critica televisiva resta affascinata dal ritmo incalzante della vicenda (un fatto quasi eccezionale per uno sceneggiata), dalle labili attualizzazioni di sapore politico dell'assunto (c'è chi si mette a ipotizzare interpretazioni per cui Sandokan sarebbe un precursore del Che e Yanez di Debray), dalle musiche vivaci di Guido e Maurizio De Angelis. Le case editrici rilanciano i romanzi di Salgari invadendo librerie ed edicole. Maturi scrittori e saggisti recuperano nelle ceneri della memoria dimenticate emozioni; si creano cosi diversi fronti: c'è qualche tigrotto militante che spara a zero per il tradimento perpetrato da Sollima e dal suo largo stuolo di cosceneggiatori (Lucatelli, Mangione, Silvestri, Scarpelli) sul ciclo malese dello scrittore veronese; c'è chi si accontenta di raccontare i suoi approcci letterari adolescenziali ricordando che Salgari non merita grandi discussioni (e proprio per questo ritiene motivato l'intervenire); c'è chi guarda dentro l'operazione con atteggiamento critico compiaciuto ricordando le uniformità esistenti tra l'ideologia salgariana e l'ideologia fascista. Gli osservatori ufficiali delle oscillazioni delle mode e del mutarsi del costume si confrontano giungendo, con sfumature diverse, alla convergente conclusione che la sandokanite è una forma destinata a consumarsi celermente perché non è più tempo di divi di lunga gittata. I rotocalchi si impadroniscono dell'astro nascente Kabir Bedi (che si precipita per via aerea in Italia con la fidanzata , si fa accogliere da ragazzine vocianti, rilascia interviste sorridenti sul suo passato, presente e futuro, frequenta manifestazioni pubbliche, si impegna nel preparare il proprio lancio come Corsaro Nero cinematografico); lo sceneggiata entra nel mercato delle figurine, si trasforma in fotoromanzo, in manifesti colorati; Sandokan-Bedi appare stampigliato sulle magliette, il mondo della moda sembra trovare finalmente l'ispirazione giusta per caratterizzare l'annata; la colonna sonora fa trionfalmente il suo ingresso nel mercato discografico, mentre qualche furbo distributore rilancia un vecchio film di Lenzi con Sandokan-Steve Reeves. E insomma una delle operazioni commercialmente più riuscite dell'industria televisiva che tenta di allargare la propria incisività con proiezioni economiche internazionali.

È anche l'ultimo urlo della tigre in pollici, dei padroni della vecchia gestione televisiva, il tentativo di dimostrare che è più consono agli interessi degli italiani proporre un ritorno felice alle innocenti evasioni da una realtà grigia e disperante che stimolare una coscienza civile problematica. Le scimitarre, i turbanti e i paesaggi esotici coinvolgono gioiosamente il pubblico, la svalutazione della lira, l'inflazione e la disoccupazione non riusciranno mai a polarizzare dinnanzi al teleschermo ventisette milioni di telespettatori. L'uso della televisione come strumento di legittimazione, di diffusione del consenso, di reiterazione degli stereotipi linguistici e tematici della cultura di massa nelle sue forme deteriori condiziona ormai non solo chi da sempre gestisce provincialmente questa modalità del potere, ma insieme con larghi strati di pubblico, anche i critici volgarizzatori che, con la posizione straboccante acutezza dei qualunquisti sofisticati, sono intervenuti per irridere sia gli ideatori dell'operazione sia i suoi detrattori, amplificando, di fatto, la concezione di una televisione che può fungere da luogo privilegiato di elaborazione di una cultura di manipolazione popolare.

Il Sandokan di Sergio Sollima è un prodotto sufficientemente diverso dalla norma. Realizzato con una tecnica prettamente cinematografica, teso a fondere il fantastico naturalistico del fumetto con la volgarizzazione da agenzia turistica dell'antropologia e da titolo di rotocalco della politica, confezionato con esperto mestiere, si discosta dagli sceneggiati di ambientazione piccolo borghese che, quando si riferiscono all'attuale, ridondano di insopportabile falsità. In modo manifesto Sollima presenta il suo lavoro (che diverrà anche un film) come un gioco apparentemente gratuito in cui l'incredibile non è mai inverosimile: un gioco ambizioso perchè tenta di assumere dei tratti didattici, tematicamente pregnanti; un gioco che si autogestisce in quanto la gratuità degli eroi è messa in relazione con alcune ipotesi ideologiche che dimostrano chiaramente i loro limiti. 

Sandokan è presentato come un leader carismatico che lotta per amore della Malesia e del suo popolo contro il colonialismo inglese che, attraverso la Compagnia delle Indie, tende a egemonizzare una civiltà. Essendo un personaggio stabilisce rapporti solo con altri personaggi; la dinamica dei fatti sociali nella loro determinazione storica non ha alcuna rilevanza (e in questo caso l'individualizzazione dei fatti non ha nemmeno l'innocente giustificazione del western epopeico, capace di riflettere genutnamente i tratti portanti di una cultura). I tigrotti, quasi sempre anonimi, sono uno sfondo, come l'orizzonte marino e la foresta; lo stesso vale per gli inglesi, i loro servi e alleati. Importante era fondare su elementi modernamente accettabili la positività di Sandokan e del fratellino Yanez, i buoni assoluti per cui parteggiare. 

Il nemico dell'eroe positivo è il truce James Brooke, a conti fatti il personaggio più complesso nel bel mezzo di manichini manierati che sembrano pesantemente tratti da certo cinema americano filocolonialista degli anni 30. Brooke difende gli interessi inglesi (per potenziare la fragile credibilità dell’intreccio si teorizza anche dell'esistenza di due Inghilterre, quella rapinatrice dell'Impero e quella formalistica dei baronetti, come se le due fossero state concretamente in contraddizione tra loro); interessi che nel loro razionale articolarsi non sono facili da paludare con istanze romantiche (sorge spesso il dubbio che Brooke-Celi sia antipatico proprio per questo motivo). Sandokan è l'avventuriero romantico che confonde la causa con l'amore, che sfugge la morte grazie al destino e alla solidarietà di altri, che viene sconfitto per generosità. Brooke invece è un calcolatore che sa bene scindere l'amore dagli affari e che ha una sola presunta debolezza (molto efficacemente contr ollata), quella di tpotizzare strategie diverse se cambiasse padrone (è infatti un borghese coerente).

Gli sceneggiatori hanno costantemente contrapposto due diversi aspetti del medesimo modello culturale borghese: quello della fuga totale nell'irrealtà dei sentimenti e nell’astrattezza degli ideali (che ha predominato nella cultura di massa fino agli anni 60) e quello dell'accettazione della realtà nella sua immediata concretezza per adattarla logicamente a esigenze materiali particolari (che per la sua lucidità è sempre stato m ascherato ideologicamente). 

Yanez è una figura che tenta di sintetizzare i due volti inconciliabili del medesimo modello. Disprezza l'agire freddamente razionale di Brooke (la borghesia capitalista), ma non riesce, al contempo, a superarla se non con la forma del rapporto virile, cioè non in una prospettiva di cambiamento, quanto di salvaguardia regressiva di un mondo in via di estinzione. Il suo ironico cinismo sembra un indicatore di questa ambiguità: la caduta di Mompracem per lui è un a delle tante cadute, per lui la vita ha un respiro accidentale che si racchiude nel quotidiano.

L'eroe romantico borghese, l'esotico Sandokan, si innamora di una angelica fanciulla che sogna il principe azzurro, e, ovviamente, è ricambiato (il rapporto sentimentale uomo-donna può passare solo attraverso questa mediazione mistificatoria). Lady Marianna, la Perla di Labuan, lascia il tutore (che coerentemente dà più importanza agli affari che all'affetto quasi paterno) e con il dolce e terribile Sandokan raggiunge il paradiso terrestre Monpracem, universo dell'equilibrto ristabilito, realizzando una convivenza felice in una non società. Marianna facilmente si deoccidentalizza occidentalizzando (danza secondo gli usi locali, ma si mette anche a insegnare). 

 

E l'eroe romantico è accarezzato, curato, amlnirato, esaltato dall'eroina romantica che trova la sua perfetta identità nella dipendenza adorante. Ma l'eroe romantico non può risolversi nella quiete della pesca e degli occhi di una donna. Mompracem è attaccata e distrutta; Marianna deve morire per permettere all'eroe di sopravvivere in quanto tale: la donna è una cosa per il perfido Brooke, ma lo è anche per la Tigre. Sono gli uomini che fanno la storia (anche quella romanzata); le donne sono parentesi gratificanti, ma sostanzialmente inutili.

Brooke, sempre più affinato nello scontro, inventa continuativamente nuove tecniche di lotta: fa sbarcare i suoi come fossero marines, rende gli onori ai caduti (secondo il criterio che un nemico morto è sempre rispettabile) e filosofeggia sulla spiaggia sulle imprese future, necessarie forse di 

più di quelle passate. E, come in quei fumetti in cui si eternizzano gli avversari diretti, il Sandokan di Sollima si conclude rimandando lo scontro frontale a una ulteriore occasione, i grandi sono tali finché riescono a non eclissare il proprio negativo. Se la Rai sarà a corto di immaginazione produttiva, la Tigre ruggirà ancora sui mari della Malesia. 

In questo quadro i contenuti anticolonialisti e antirazzisti disseminati nelle sei puntate hanno un significato narrativo di limitata variazione degli stereotipi; lo sceneggiato filmato è ricco di queste accorte trovatine che distolgono dai messaggi latenti. L’anticolonialismo è infatti smussato dal patriottismo di Brooke, l'antirazzismo dalla morte della Perla di Labuan (che aveva sfidato la diversità razziale per amore); il tutto perde ogni pregnanza se teniamo conto del modello complessivo a cui si può ricondurre l'insieme. 

Dicevamo che il programma è fatto di personaggi. Oltre a quelli principali, intorno si stagliano figure di secondo piano che non riescono ad uscire dagli stereotipi (lo scettico Kirby che adora l'alcool, l'azzimato Fitzgerald che ama e duella come se fosse all'accademia, la scialba Lucy che sogna i bigi cieli inglesi e usa come padre spirituale un santone). Personaggi che si muovono in situazioni prevedibili che focalizzano l'alternante prevalere di Brooke e Sandokan. In ogni puntata Sollima ha inserito un momento di alta tensione spettacolare in cui si verifica un cambiamento di fronte : possono essere momenti d'aziorle (la caccia alla tigre, l'arrembaggio) o di dilatazione di una situazione fortemente drammatica (Yanez in pericolo di vita con Brooke sulle tracce di Sandokan). 

Lo sceneggiato calibrato con intelligenza narrativa, è stato costruito su uno schema semplice, ma efficace: quello della creazione di attese che, attraverso soluzioni multiformi e aper-tamente eccezionali, vengono immancabilmente soddisfatte. I rituali delle vendette, delle vittorie parziali, degli amori impossibili, dell'azione perenne ripropongono il fascino immediato e mitico dell'avventura, del romanzesco che contrasta con la meschinità dell'esistenza quotidiana suggerendo però emozioni che vi affondano. 

Sollima (di cui personalmente avevamo apprezzato La resa dei conti e Faccia, due western metafonci non privi di interesse) non va al di là della riscoperta dell'avventura non problematizzante, gratuita e all'insieme banale. La sua è, sotto un certo punto di vista, una maniera personale per fare del cinema della nostalgia. Il fenomeno Sandokan non è un suo prodotto, ma la risultante razionale di un'organizzazione industriale che raramente la Rai è riuscita a fare funzionare con tanta precisione e fortuna.