Il romanzo Cime tempestose di Emily Bronte non c’entra niente con il film casualmente omonimo, l’ultimo in ordine di tempo, Cime tempestose di Emerald Fennell, “donna promettente” come recita il titolo del suo film del 2020, determinata cioè a conquistare il botteghino, come i gioielli coronati esibiti in pubblico sulla falsariga della protagonista. Il principio del “disadattamento” audiovisivo che si è voluto qualche anno fa brevettare torna qui utile, perché l’autrice cinematografica, più sceneggiatrice e produttrice che regista, ha fatto ciò che voleva fare, senza indugi, cercando nella matrice letteraria semmai il pretesto senza contesto per servirlo a un pubblico più vasto possibile. Cambiando nomi e cognomi, e a questo punto anche epoca, una o l’altra cambiava poco, non sarebbe stato neppure necessario chiamare in causa il libro per tirare diritto al risultato, senza complessi di inferiorità o post-modernità simulata. Ma come capita spesso anche a teatro di vedere i classici allestiti in continuazione per andare sul sicuro nei cartelloni principali delle stagioni, anche al cinema un capolavoro letterario o teatrale diventa una patente di autorevolezza, specie in mancanza di autorialità.

Tutto sta quindi a intendersi. Quel che Cime tempestose, il film, è non dipende dalla relazione con l’esemplare narrativo pregresso, ma con ciò che il cinema attuale maggioritario al momento desidera essere: in questo caso si può parlare, nel disadattamento di cui sopra, di un fotoromanzo digitale, che mette insieme una gamma variopinta di scenari, nonché battute mutuate qua e là dalla pagina ma che nei post e nelle storie starebbero meglio, e infatti ci stanno sullo schermo grande concepito a immagine, ingrandimento e somiglianza con quello del cellulare. Il linguaggio delle immagini in movimento è sostituito dal montaggio che concede ad ognuna di queste perle dell’immediatezza emotiva o dialogica una posa o un campo o un piano per macinare like, emoji e followers, versione odierna del meccanismo di azione e reazione nella fruizione. Ma questi non sono limiti del film, ma scelte precise, perché Cime tempestose non è quel che è suo malgrado, bensì un esemplare di perfetta adesione alle intenzioni a monte di spettacolare distrazione di massa consumata all’interno della sala (a tutto vantaggio della distruzione in corso all’esterno); meglio se dal retroterra culturale istituzionalizzato, quindi enunciato dal titolo e dalla trama, per sommi capi. Quel che si vede e si sente è quindi una variante dei film disneyani in live action desunti dai prototipi storici in animazione. Soltanto che in assenza del cartone animato originale, c’è all’occorrenza il romanzo originale, disadattato affinché funzioni come supporto di un impianto da film alla maniera delle principesse del repertorio Disney.

Il sesso viene marcato ma non mostrato: ciò che è sgradevole risulta più o meno a parole, non dalle immagini linde, scenografiche o paesaggistiche, e primi piani possibilmente, statiche fintanto che ne venga capita l’iconicità computerizzata, e sottoposte di necessità a un trattamento di correzione del colore totalizzante, nonché totalitario. La chiave erotica diventa il dato caratterizzante della vicenda, che non ammette deviazioni o deroghe; quindi dei protagonisti trasformati nello specchio del pubblico irretito in una bolla pulsionale costante, senza relazione, cornice o sfondo storico. Cime tempestose, così concertato, dimostra perciò la legittima possibilità odierna di un cinema che funzioni sotto ogni forma di governo o potere, meglio se autoritario, perché investe su una libido dominante e bidimensionale, depotenziata nel contempo di libertà e visibilità.
Nel pieno di un disastro ambientale o tra le macerie di una guerra, una tra le tante attive o pronte a scoppiare, sarebbe bello che una vera cineasta del dopo inserisse in un suo film di là da venire una sala cinematografica semidistrutta o un tablet o un televisore su cui passano ancora, indisturbate e ironiche, scene di questo Cime tempestose: quale ci(ne)ma “tempestosa”, invero “intempestiva” della finzione principesca e principale, pronta a diffondere con profitto un paradigma amoroso consolatorio in un pianeta reale e rimosso dove disumanità e disamore hanno il sopravvento.
Fin da bambini il legame fra Cathy Earnshow e Heathcliff, trovatello preso in casa dal padre di Cathy, è viscerale e indissolubile. Da adulti, quel legame si trasforma in passione travolgente, ma Cathy prende in considerazione la possibilità di sposare il ricco vicino di casa Edgard. Heathcliff cerca fortuna all'estero, per poi tornare nello Yorkshire da trionfatore e acquistare Wuthering Heights, la casa in cui lui e Cathy sono cresciuti. Per i due inizierà quell'inferno e paradiso dei sensi cui sembrano destinati fin dall'infanzia.