Marie Losier

Peaches Goes Bananas

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Come modulare la cinepresa in un ritratto d’artista per un’artista, che è matura body performer e cantante iconoclasta sui palcoscenici internazionali, conciliando identità, pubbliche e private, così cangianti di chi, con sensibile coerenza e disinibita allegria, è refrattario alle angolazioni frontali delle convenzioni sociali? Quale scansione d’immagini restituire a un anticonformismo gender fluid che ha assurto la carriera a profana metamorfosi e la famiglia a mistica degli affetti? Marie Losier, filmmaker francese trapiantata a New York, tenace erede dei circuiti d’avanguardia, documentarista di personalità non inquadrabili (da Guy Maddin a Tony Conrad), protagonista di retrospettive al MoMA e allo Jeu de Paume di Parigi, incastona in Peaches Goes Bananas l’essenza scardinante della canadese Merrill Beth Nisker (1966), in arte Peaches, icona del punk-elettro e femminista queer, in un’immersione magmatica di memoria e manifesto poetico. Un ritratto olistico di fluttuante découpage (con diciassette anni di riprese home video e in 16 mm, frammenti concertistici e materiali d’archivio) che, sotterraneo e non sequenziale, verace e compiuto, traccia in un montaggio spensieratamente connotativo una sinergia tra biografia e confessione, dove lo sguardo narrativo ed esplorativo si consegna obliquamente immediato. Dopo l'incontro durante la produzione di The Ballad of Genesis and Lady Jaye (2011) di Losier, cineasta e musicista firmano un indomito sodalizio di libertà emotiva ed emancipazione sessuale, che confluisce in una rara congiuntura, in cui lo stile documentaristico coincide con il linguaggio espressivo dell’interprete. Ne scaturisce un estro di felice prevaricazione, un atto personalissimo di generosità registica, che è approdo disinvolto e liminale a verità decentrate e a una civile appropriazione del mondo. Due sguardi in macchina, in apertura e in chiusura, incorniciano un film-panoramica su una femminilità poliedrica e plurale, quindi integra e catartica, tra ragionata provocazione (il proemio sulla vaginoplastica), estetica irriverente sulla strada di John Waters e Cindy Sherman (erotismo mimato, protesi di genitali, esibizionismo sfrontato) e tersa introspezione (l’amore per la sorella malata), senza leziosa condiscendenza (gli esordi come maestra elementare), né gratuiti inciampi d’artista maudit. Estraneo alla tradizione legittimatoria del biopic più classico, Peaches Goes Bananas estende la musica alla sua compositrice e non viceversa, distilla gli stridori visivi (al di qua del trash) in una lievità onirica, antepone la poesia dell’incontro con l’alterità alla sua scoperta sensazionalistica, per una testimonianza esponenzialmente femminile di una rappresentazione dell’umano senza confini, se non quelli delle barriere pregiudizievoli. Sull’unicità di questa personalità artistica, non erosa dalla baraonda dello show empowerment, Marie Losier vivifica il suo repertorio documentaristico con variazioni di ritmo e indagine simpatetica, dispiegando la tensione etica dell’ossessione per il corpo femminile e per il suo sfiorire nell’industria mediatica, verso cui Peaches non può che evolvere controcorrente, impermeabile alle mortificazioni dell’identità, in una ricerca, seppur scabra, della bellezza più inventiva. Cinema residuale ma non minimalista, non per tutti gli estimatori, ma pervaso da un talento così inclusivo da traversare stream generazionali e visioni d’autore (si annoverano i brani di Peaches nelle soundtrack di Mean Girls, Lost in Translation, The L Word e Sex Education).

Peaches Goes Bananas
Francia, Belgio, 2024, 73'
Titolo originale:
Peaches Goes Bananas
Regia:
Marie Losier
Fotografia:
Jivko Darakchiev, Marie Losier
Montaggio:
Aël Dallier Vega
Musica:
mim Gérard
Cast:
Peaches, Marlene Saldana
Produzione:
Sébastien Andres, Carole Chassaing, Alice Lemaire
Distribuzione:
Valtellina distribuzione cinematografica

Merrill Nisker, la pioniera icona e musicista queer femminista nota come Peaches, è il soggetto di questo documentario intimo. Mostra i suoi concerti, la relazione con sua sorella Suri e il processo creativo dentro e fuori dal palco.

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