Pesaro: i premi della Mostra internazionale del Nuovo Cinema

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Quando l'innovazione scombussola i parametri. Per necessità contingenti e oggettive, quest'anno la Mostra internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, arrivato alla 57ma edizione sotto la tutela artistica di Pedro Armocida, ha raggruppato tutte le proposte in un concorso a prescindere dalla durata e dalle finalità delle opere stesse. Così, opere di fiction e documentari, lavori sperimentali con supporti di fortuna e altri lavoratissimi e levigati da videoarte, ma soprattutto lungometraggi e corti, si sono accavallati in un insieme che al momento delle scelte per la premiazione non ha mancato di produrre sorprese.

La giuria di esperti (Walter Fasano, Edoardo Gabbriellini, Eleonora Marangoni) ha assegnato il premio Lino Micciché al corto A Banana Tree Is No Coincidence di Luiza Gonçalves, mentre la giuria giovani ha scelto un altro corto One Thousand and One Attemps to be an Ocean di Yuyan Wang. In più, ecco tre menzioni speciali: allo splendido What Do We See When We Lock at the Sky? del georgiano Alexandre Koberidze (giuria professionale), a This Day Won't Last di Mouaad el Salem e a Edna di Eryk Rocha (giuria giovani). Infine il premio del pubblico è andato a The Nightwalk, un corto sperimentale girato a Shangai proprio mentre esplodeva la pandemia, di Adriano Valerio.

Il documentario/cortometraggio della argentina newyorchese Gonçalves, indubbiamente simpatico nella sua leggerezza (i 10 minuti dell'opera ruotano sulla domanda: “come mai crescono gli alberi di banana a San Sebastian?” e la non-risposta si articola in interviste, cocktail di immagini, curiose sovrapposizioni e commenti fuori scena) ha avuto la meglio così su un film importante e ricco di poesia (e digressioni vista la sua imponente lunghezza di 150 minuti) come quello di Koberidze, rivelazione all'ultima Berlinale.

Così come, evidentemente, anche sulla generosità impegnata di due lavori forse più animosi che travolgenti come il film di Mouaad el Salem che si macera in un flusso di immagini nella descrizione del clima oppressivo e illiberale che colpisce le minoranze in Tunisia e quello del figlio di Glauber Rocha, Eryk, costruito con voce fuori campo e belle immagini sul diario (di sconfitte, torture e perdite) di una fiera combattente per la preservazione delle foreste dell'Amazzonia.

Molto divisivo, ma tutt'altro che banale è poi il film della cinese Wang Yuang (con produzione francese), praticamente un collage di immagini riprese da innumerevoli video (11 minuti), con un montaggio isterico-frenetico accompagnato da una colonna sonora ossessiva e rumorista a varie cadenze, per un risultato complessivamente ipnotico e alieno, dove il ritmo conta più di un filo narrativo.

Come coda aggiungeremo che, per i cinefili incalliti, due documenti hanno fatto galoppare la fantasia. Il primo in concorso: Non ci sono trentasei modi per mostrare un uomo che monta a cavallo dell'argentino Nicolas Zukerfeld parte da una dichiarazione di Raoul Walsh che forse non ha neanche mai pronunciato, almeno non in questi termini, per costruirci sopra un godibilissimo lavoro di montaggio di fiammeggianti e brevissime  sequenze di film tratti dalla enorme filmografia di un Maestro del cinema, per poi inerpicarsi nella ricerca filologica della fonte di quella dichiarazione di realismo spiccio che ha sempre fatto da premessa dell'autore di La storia del Generale Custer, Notte senza fine e Una pallottola per Roy.

Il secondo proiettato in piazza: The Most Beautiful Boy in The World, documentario svedese di Kristina Lindstrom e Kristian Petri, sulla biografia di Bjorn Andresen, il biondo adolescente che Visconti scelse come protagonista nei panni dell'efebico Tadzio per Morte a Venezia.