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Una apparente schizofrenia comportamentale ha sempre separato l'attore Louis De Funès dalla persona Louis German De Funès de Galarza (1914-1983). “Il cinema? Lo faccio sullo schermo, mica nella vita!” non si stancava di affermare nelle interviste. Del resto, la sua essenza di persona posata, dichiaratamente gollista, di famiglia nobile molto altolocata di origine spagnola, che amava agi e signorilità, ben poco combaciava con la sua comicità popolaresca, di pronto uso e consumo, di assoluta popolarità tra i '60 e '70. “Il francese che più francese non si può” fu l'unico comico a raggiungere e superare in patria i 100 milioni di spettatori e ben sette suoi film raggiunsero il primo posto nelle classifiche del box office, circondato da un affetto sempre rinverdito anche nel corso di questi decenni, vero e proprio beniamino delle repliche televisive.

Con scelta stuzzicante, la 44ma edizione di Bergamo Film Meeting (7-15 marzo) lo omaggia con una scelta di sette pellicole (tra le più significative) dalla sua corposissima filmografia (più di 150 titoli dal 1945 al 1982), in collaborazione con il FEMA, Festival di La Rochelle. Sono comprese tra il 1957 e il 1976, ovvero il suo ventennio prodigioso: La legge del più furbo (1957, di Yves Robert), Fantomas minaccia il mondo (1965, di Andrè de Hunebelle), Chi ha rubato il presidente? (1966, di Jacques Besnard), Io, due figlie, tre valigie (1967, di Edouard Molinaro, da una commedia di Claude Magnier che De Funés aveva portato e porterà in teatro 4 volte, 1959, 1961, 1971 e 1972), Mania di grandezza (1971, di Gérard Oury), Le folli avventure di Rabbi Jacob (1973, di Gerard Oury), L'ala o la coscia? (1976, di Claude Zidi). Se guardate i nomi dei registi sono quelli degli artigiani di solido mestiere di quegli anni, mancano giusto solo alcuni con cui peraltro lavorò: Gilles Granger, Jean Girault (una collaborazione assidua questa, con cui realizzò ad esempio la fortunatissima serie dei Gendarmi...), Denys De la Patelliere.

Louis De Funès aveva compiuto il suo apprendistato artistico come pianista (amava il jazz e ammireremo le sue doti in tal senso, la mobilità delle sue dita, in Chi ha rubato il presidente?). Fu però notato in teatro (anche qui l'elenco delle sue avventure in palcoscenico è impressionante, esordì addirittura a 13 anni!) da Sacha Guitry, colpito dalla sua effervescente vitalità e dalla sua capacità di fare le smorfie (ebbene sì), che lo volle con sé anche sullo schermo (il delizioso Ho ucciso mia moglie, 1951, La vita di un onest'uomo, 1953, Napoleone Bonaparte, 1955). Con La legge del più furbo, nei panni di un bracconiere, la sua carriera cominciò a svoltare verso l'alto. Tra l'altro lavorò anche in Italia: prima con Luigi Zampa in È più facile che un cammello (1950), poi con Totò di cui divenne cordiale amico, in I tartassati  (1959) e Totò, Eva e il pennello proibito (1959), entrambi di Steno. Intorno ai tardi '50 aveva ormai strutturato la sua recitazione in caratteristiche e formule precise. Dalle smorfie, i rumori boccali, i versacci e la frenesia, si era “evoluto” in una accelerata e mimetica capacità di cambi di espressione (qualcuno l'aveva definito “L'uomo dalle 40 espressioni al minuto” esagerando ma azzeccandoci) e una predisposizione al farsi travolgere dall'accavallarsi degli equivoci, in trame leggere di commedie senza pretese ma mai ignobili; d'altra parte diceva della sua vis comica: “Non è nei comportamenti che trovo la comicità ma negli stati dell'animo!” (che stabilisce peraltro la grande differenza che passa tra comica e commedia).

Nel 1966, accanto a Bourvil (con cui formava una bella coppia dall'humour differenziato, vedi anche Colpo grosso ma non troppo, 1965) spopolò in Tre uomini in fuga (di Gerard Oury), il cui record al botteghino fu superato solo decenni dopo da Titanic. Da notare che in originale il film si intitolava La grande vadrouille (vuol dire scopa), ma in italiano già una sua pellicola era stata ribattezzata nel 1961 Un cadavere in fuga (regia di Maurice Delbez) e un'altra Due uomini in fuga...per un colpo maldestro (1964 di Jacques Poitrenaud), più un Tre gendarmi a New York (1965, di Jean Girault, della serie citata sopra), sicché... come evitare l'assonanza?

Con lui la risata era da sbocco spontaneo, spensierata, quasi “infantile” come è giusto che sia, ma il talento del commediante di classe nel costruirla lo possedeva alla grande. Lo si nota ad esempio nel dialogo con i partner, spesso dei divi a 360 gradi, con cui interagì sullo schermo. Peccato che, con inevitabile ritardo, il mondo del cinema lo premiò solo con un Cesar onorario nel 1980.

A conferma dei suoi perfetti tempi comici, a Bergamo lo vedremo di volta in volta accanto a Jean Marais (nel secondo capitolo della serie Fantomas), a Yves Montand in Mania di grandezza, a Coluche in L'ala o la coscia?, a Bernard Blier in Chi ha rubato il presidente?, a Claude Rich in Io due figlie e tre valigie (di cui Landis fece un remake, Oscar, con Stallone e la Muti).

Il 27 gennaio 1983 un secondo infarto gli fu fatale; fu sepolto a Le Cellier, vicino a Nantes. Se poi qualcuno volesse saperne di più e approfondirne storia, aneddoti e qualità, a Saint Raphael è aperto dal 2019 il Musèe Louis De Funès, a lui totalmente dedicato.