Sig, turista islandese massiccio ma dal cuore gentile, di passaggio in Slovenia si risveglia un bel mattino ammanettato a Guti, abitante del luogo, che nonostante il suo fisico minuto si è generosamente buttato nella mischia la sera prima per salvarlo dall'aggressione del gruppo locale di neonazi, nella taverna del villaggio. Naturalmente i due hanno avuto la peggio e per di più Sig, a cui è stato sottratto anche il passaporto, è ora vittima di una amnesia che non gli fa ricordare chi sia e perché si trovi lì.
Inizia così il quinto lungometraggio di Miha Očevar, una commedia agrodolce che ha come protagonisti principali questi due personaggi feriti dalla vita in modo diverso ma altrettanto pesante, circondati da una piccola comunità di amici e amiche, tutti in qualche modo facenti parte del mondo dei “vinti” – anche il fratello di Guti, sempre pronto a sostenerlo finanziariamente, che trae la sua disponibilità finanziaria da operazioni malavitose ma comunque svolte solo ai danni dei “grandi capitalisti” (sottrazione e smercio dei carichi dai tir di passaggio).

Hidden People sviluppa la sua esilissima trama con piglio deciso, nutrito di ironia ma anche di profonda empatia per i suoi protagonisti, concedendosi i tempi giusti che gli permettono di inanellare situazioni contrastanti a sollecitare sentimenti e risentimenti opportuni nello spettatore. Se il modo portante è quello contemplativo e resiliente, non mancano i passaggi di scontro che suggeriscono un'inquietudine costante derivante dalla presenza sottotraccia del pericolo dell'intolleranza e di rancori impossibili da superare. Non siamo di fronte a un film di buoni sentimenti, come si dice, né di facili riconciliazioni: ci sono realtà diverse che si scontrano e con cui dobbiamo fare i conti, la minaccia è sempre presente e se la vicenda dei nostri eroi avrà esito favorevole, ciò non si verificherà senza cadute e/o offese e soprattutto non comporterà un miglioramento del mondo che li prende di mira. Se qualcosa può cambiare, grazie alla gentilezza e alla solidarietà, ciò avviene soltanto sul piano individuale: la luce può tornare a brillare per i singoli ma le prospettive generali non danno adito a grandi aspettative.
Il tema della seconda occasione si fa largo poco a poco, a misura del superamento dell'amnesia di Sig, accompagnato dal ritorno della disponibilità ai sentimenti e a un rinnovato affetto paterno, tra un mai domato ottimismo nei confronti dell'esistenza nonostante tutto e però anche una sfumata malinconia motivata dalla consapevolezza della fragilità e dell'esiguo spazio di movimento che questo mondo concede a chi è di animo mite. Centrale, a questo proposito, è la simbologia legata alla palla in gabbia, gioco che Sig costruisce e dona al piccolo Andrej. In fondo la felicità può concedersi solo a chi sa afferrare le piccole opportunità che la vita concede, anche quando hanno i tratti della fuga: e come ci mostra Andrej, le radici (le “persone nascoste”) ci accompagneranno comunque mantenendo saldi i legami invisibili con chi eravamo e siamo e saremo, nel susseguirsi degli eventi che ci danno mutevole continuità e ci costruiscono intimamente giorno dopo giorno.