Freschi di Berlinale e della polemica che ha visto il presidente della giuria Wim Wenders essere attaccato (anche) per la sua affermazione secondo cui il cinema non dovrebbe “fare politica” ma porsi come l’opposto, l’antagonista della politica, e in questo senso essere politico, andiamo ad occuparci di un film politico abbastanza classico e decisamente riuscito, che al côté impegnato affianca efficacemente quello intimo, privato, riguardante i protagonisti, una coppia con figli adolescenti che vive in una cittadina della provincia francese e che, a causa delle scelte che lei a un certo punto compie, rischia di rompersi nonostante l’affiatamento che la contraddistingue. Stiamo parlando di Les braises, titolo internazionale Ablaze, di Thomas Kruithof (2025), autore che avevamo incontrato a Venezia nel 2021 con La promessa – Il prezzo del potere, un’opera interessante sulla politica sociale dei sindaci e sui rapporti di potere.
“Ablaze” significa “in fiamme” quindi “infiammato, infervorato, splendente, fiammeggiante”, termine derivato dall’originale francese, letteralmente “Le braci”, che per definizione ardono senza sprigionare fiamma; in riferimento a Karine, la protagonista, che si infiamma per il movimento dei gilet gialli ma deve affrontare la progressiva opposizione del marito al suo progetto, per cui deve giocoforza “raffreddarsi” e vivere la sua lotta in sordina, con la tristezza nell’anima perché sente che Jimmy si sta staccando da lei; e in effetti a un certo punto quel distacco assume concretezza, salvo ricomporsi nel finale. Il fuoco è comunque quello della protesta perché l’opera riguarda i gilet gialli e la loro speranza di un cambiamento del sistema, economico - sociale innanzitutto, in Francia e poi nel resto del mondo: “giustizia sociale”, “solidarietà”, “stop alla precarietà” sono le scritte che vediamo campeggiare sui loro cartelli per tutto il film e Karine questo linguaggio lo capisce bene, visto che fa l’operaia in un’industria alimentare e combatte ogni giorno con i tempi stretti di esecuzione dei lavori e, quando comincia a impegnarsi nella “lotta”, con la decurtazione dei suoi straordinari. Lo capisce meno bene, si diceva, suo marito, che si occupa di trasporto su strada e che fatica a gestire la propria piccola impresa, in particolare quando un carico di lastre di vetro che i suoi camion avevano trasportato arriva a destinazione crepato, e lui deve rimborsare il cliente di tasca propria anche se il danno, si capisce, era preesistente al trasporto. Cosa che lo mette fortemente in crisi, anche perché c’è il mutuo della casa da pagare, i figli da sostenere negli studi e nello sport (la figlia eccelle nel judo, seguendo le orme paterne) e i gilet gialli stessi che, con i loro blocchi stradali, ostacolano la libera circolazione dei mezzi, quindi delle merci. Senza contare il fatto che, quando sta per firmare un accordo di partenariato con una grande azienda, il leader di questa gli dice che è troppo poco aggressivo, troppo poco ambizioso; come se non si potesse stare nel “sistema”, nella “legge del mercato”, in un modo non mirato ad imporsi sull’altro.
Quindi c’è questo rapporto molto realistico, molto “vero”, anche grazie alla recitazione impeccabile di Virginie Efira e Arieh Worthalter, fra Karine e Jimmy, fatto di tenerezza e di amore grande ma anche di tensione e di insofferenza e di non comprensione, da parte di lui, delle motivazioni dell’impegno di lei, perché crede che il sistema capitalistico non possa proprio mutare, mentre Karine non capisce come faccia, invece, lui a fare finta che vada tutto bene, perché se anche loro sono dei privilegiati, dice, avendo due stipendi e una casa propria, c’è chi fa molta fatica ad andare avanti, pur avendo un lavoro pagato. Lui omette, per orgoglio, di dirle che nel lavoro sta avendo grossi problemi e che ha dovuto rifondere in toto quel carico danneggiato, lei estende il suo bisogno di proselitismo ai figli, discutendo con loro sul significato del termine “rivoluzione” e dicendo che lei sta cercando di farla, la rivoluzione, e che loro, in quanto giovani, dovrebbero parteciparvi. E poi c’è il tema sociale, politico – sociale, quello che riguarda un movimento che si batteva (dal novembre 2018 al marzo 2019) contro l’aumento dei prezzi del carburante e l'elevato costo della vita rispetto ai salari, chiedendo in particolare l’aumento del reddito minimo garantito, delle pensioni e dei sussidi sociali e un piano di costruzione di case popolari; movimento rappresentato in molti documentari (J'veux du soleil!/ A Place in the Sun di Gilles Perret e François Ruffin, Un peuple/ A French Revolution di Emmanuel Gras e Un pays qui se tient sage/ The Monopoly of Violence di David Dufresne, che affronta, in particolare, il tema della violenza di Stato e della repressione poliziesca durante le manifestazioni dei gilet gialli, per citare i tre più conosciuti) ma che non era mai stato raccontato in un film di finzione, se non in Dossier 137 di Dominik Moll, in concorso a Cannes 2025, lo stesso anno di uscita di Les braises. Curiosa coincidenza.
Il film, mosso dall’intento di Thomas Kruithof e del co-sceneggiatore Jean-Baptiste Delafon di affrontare il tema dell'impegno politico dei cittadini comuni, è diretto ed efficace nell’affrontare il tema dell’attivismo sociale e delle sue motivazioni ma anche attento e preciso nel rendere la complessità delle ragioni in campo, evitando stereotipi o prese di posizione a senso unico e considerando tutti gli “attori” del contesto analizzato, sul piano intimo, per esempio, i figli, sul piano più ampio i politici e le istituzioni in genere. Trattando, anche, il tema spinoso del ruolo delle forze di polizia nel contenimento/ repressione delle proteste di piazza, e quello della presenza di “violenti” in manifestazioni che sarebbero pacifiche. È sicuramente un film di attori, incentrato sui personaggi e sui loro volti per definirne con esattezza le psicologie, ma cura decisamente anche altri aspetti, la sceneggiatura dai dialoghi ricchi e realistici, la fotografia invernale sufficientemente livida, la musica che accompagna senza invadere, lasciando spazio al silenzio che le decisioni dei protagonisti richiedono, e infine il montaggio che dà un ritmo incalzante, da thriller, a una storia che è anche intima e gentile. Come nella migliore tradizione del cinema francese.