Il beatnik, l'esule e l'anti-star — Qualcuno volò sul nido del cuculo

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A Hollywood approdò da fine '60 ai tardi '70, con propaggini negli '80, un modo di far cinema che interpretava al meglio quel vento di libertà che scompigliò e rinfrescò alla grande le menti più ricettive (che i peggio conservatori e reazionari chiamarono via via, pensando di denigrare, beatnik, contestatori, ribelli, freak, rivoluzionari, cinesi) delle generazioni emergenti post rock'n'roll e anti-guerra atomica. Col successo sorprendente di Il laureato, Gangster Story e Easy Rider si cominciò a parlare di tendenza, coniando per la bisogna il termine/concetto di “New Hollywood”. La possibilità di filmare con copioni più aperti, meno codificati da un usurato American Way of Life che ormai mostrava soprattutto impotenza e debolezza ideologica, oltre al poter avere improvvisamente mano libera e budget commisurati, fornirono un ulteriore appeal (con reciproco beneficio) anche a quella serie di cineasti dall'Europa dell'Est, più o meno volontariamente allontanatisi dal sistema burocratico e di regime d'oltrecortina che li stava soffocando.

In particolare, dalla Cecoslovacchia, dove un movimento cinematografico nei '60, la cosiddetta Nova Vlna, aveva rivelato la presenza di talenti tanto effervescenti quanto insofferenti a un sistema avvitato sulle proprie chiusure paranoiche da guerra fredda, ecco arrivare negli Usa forze fresche e determinate a fare un proprio cinema. Tra questi, oltre a Ivan Passer, il più anziano Jan Kadar e Karel Reisz che in realtà aveva lavorato in Inghilterra, ci fu anche il grande Milos Forman, destinato a raggiungere i più alti livelli anche e proprio negli Usa. E dopo Takin' Off con cui prese confidenza con una società chiaramente in subbuglio dal conflitto generazionale (che era poi globale) e i suoi metodi di lavoro e produzione, tirò subito dopo fuori dal cilindro il capolavoro, uno dei titoli chiave di tutta la New Hollywood libertaria e utopica: Qualcuno volò sul nido del cuculo.

Uscì negli Usa il 20 novembre 1975 e in Italia il 12 marzo 1976 e oggi viene riproposto sullo schermo come omaggio-anniversario per tre giorni (12-13-14 gennaio). Da subito apparve chiaro il suo essere tra i vertici assoluti del cinema “alternativo” e ribelle, con quel suo esibito anticonformismo tematico peraltro presto fagocitato dalla Mecca del Cinema (popolato da volpi da sempre avvezze ai ribelli di celluloide). Infatti la notte degli Oscar si aggiudicò i “Big Five”, ovvero le cinque categorie principali: Film, Regia, Protagonista maschile, Protagonista femminile, Sceneggiatura. Ma, addentrandoci un po' di più nell'analitico, perché un film che parlava di manicomi come prigioni coercitive e di fughe impossibili intercettò milioni di spettatori (112 milioni di dollari di incasso)? Risposta: perché le carte in mano che aveva erano tutte formidabili, con tre assi. Ovvero, un beatnik, un esule e una anti-star.

IL BEATNIK - Ken Kesey (1935-2001), ovvero l'autore, amava dire di sé, spiritosamente: “ero troppo giovane per essere un beatnik, ma troppo vecchio per essere un hippy”. La sua esperienza di consumatore di ogni tipo di droga (proprio lui che si professava da giovane ammiratore di John Wayne!) lo portò prima a trasferire in forma di romanzo il suo “mestiere” di cavia per studi scientifici a Stanford e all'ospedale per Veterani a Menlo Park, creando così quel Qualcuno volò sul nido del cuculo che gli diede agiatezza e fama, per poi diventare un faro della controcultura underground, patrocinatore di quei celeberrimi Acid Test ovvero LSD, musica e luci psichedeliche, descritti da Ginsberg, Wolfe e Hunter S. Thompson, nonché di viaggi Coast to Coast a bordo di coloratissimi scuolabus. Da notare che tecnicamente la sua collaborazione al film cessò dopo solo due settimane, arrabbiato e deluso per una questione di soldi e per delle variazioni radicali alla trama (il libro si basava sulla narrazione/punto di vista del Capo Indiano Bromden, cosa che nella pellicola non avviene, senza contare della generale minimizzazione della radicalità della critica al sistema).

L'ESULE - La fallita “primavera di Praga” portò intorno al 1968 Milos Forman dalla Boemia agli States. Già era noto come tra i più brillanti narratori cecoslovacchi. I suoi documentari e le sue opere di fiction (L'asso di picche, Gli amori di una bionda, Al fuoco, pompieri!) segnarono indelebilmente la nuova cinematografia europea di qua e di là della Cortina di Ferro. E negli Usa trovò nella sceneggiatura di Bo Goldman e Laurence Hauben quelle caratteristiche tematiche del suo cinema: la predilezione per tipi fuori dal coro con cui magari identificarsi, la commistione tra attori di mestiere e non professionisti, uno stile narrativo che mescolava il dramma all'umorismo, la visione critica della società, l'empatia coi personaggi, un occhio spesso verista se non documentario. In più, quarto asso (di denari) non preventivabile, mettiamoci anche il motivo conduttore della colonna sonora di Jack Nitzsche che divenne una hit mondiale, fischiettato da tutti.

L'ANTI-STAR – Volutamente, Forman e i produttori cercarono per i ruoli principali attori caratterialmente agli antipodi dei personaggi, in un certo senso obbligandoli a tirar fuori il massimo e l'insospettabile dalle loro corde. Jack Nicholson, dopo anni di gavetta cinematografica e amicizia con tipi leggermente eccentrici (Corman, Harry Dean Stanton, Dennis Hopper), aveva “svoltato” imprevedibilmente proprio con l'hippie road movie Easy Rider, diventando così una sorta di combustibile raffinato per il cinema meno accomodante. Paradossalmente, non fu lui quello inizialmente preso in considerazione: Kirk Douglas, come titolare dei diritti del film, cercò di accreditarsi per la parte, ma il figlio Michael che gli subentrò ebbe buon gioco a fargli notare la questione dell'età. Fortunatamente, dopo James Caan, Brando, Hackman e Burt Reynolds, la scelta cadde su un Nicholson in auge dopo L'ultima corvée e Chinatown. Stesso travagliato iter per la coprotagonista, la spietata caposala infermiera: saltarono via via nomi forti come Anne Bancroft, Jeanne Moreau, Geraldine Page, Lily Tomlyn, Ellen Burnstyn, per poi scegliere Louise Fletcher che firmò giusto una settimana prima delle riprese, girate in un vero ospedale psichiatrico (più Oregon e California). Il resto del cast non comportò invece soverchie difficoltà, sortendo la splendida composizione immaginata di caratteristi dai forti e diversificati tratti somatici, che grazie a questo film trovarono un proprio convincente futuro sugli schermi: Will Sampson, Brad Dourif, Chritopher Lloyd, Danny De Vito, Vincent Schiavelli più l'autentico psicoterapeuta Dean R. Brooks.

Certo, a ripensarlo oggi, non sfuggono certi “aggiustamenti” di toni ora improponibili, tipo il fatto che il protagonista si finge disturbato per non finire in galera condannato per aver fatto sesso con una minorenne (!!!), così come la costruzione “da lotta personale a lotta di tutti” che rende quantomeno la trama (benché ambientata nel 1963) qua e là tirata per i capelli. Ma non sono questi davvero i punti: si tratta di un inno alla libertà subito interpretato come tale, quella libertà in cui tantissimi spettatori (dai meno ai più impegnati) credevano, identificandosi praticamente in chiunque, almeno sullo schermo, arrivasse a sacrificare sé stesso pur di ottenerla: fuorilegge, barboni, reduci, renitenti alla leva, casalinghe, rapinatori.