Pochi autori, al giorno d’oggi, conservano una fede nelle immagini tanto incrollabile quanto Steven Spielberg. E fra tutti gli atti di fede che la sua cinematografia annovera, Disclosure Day è forse quello che più di ogni altro la dichiara apertamente: oltre ogni reticenza, ogni pudore, persino oltre ogni ingenuità. Perché di ingenuo – nel senso di innocente, semplice, diretto – in questo ultimo film c’è moltissimo. Come se non fosse davvero un’opera del 2026, né un racconto calato nel presente destrutturato, simulato e incessantemente narrativizzato che abitiamo, ma la proiezione di una sua dimensione parallela: trasparente, nitida, perfettamente intelligibile, dove ogni cosa può ancora trovare un senso, una risoluzione, un posto nel mondo. Quasi che il regista immaginasse la contemporaneità attraverso la permanenza di un eterno cinema degli anni Ottanta e cioè il suo: quello di E.T. e di Indiana Jones, ma anche quello da cui tutto, in fondo, era cominciato con Incontri ravvicinati del terzo tipo pochi anni prima nel cuore della New Hollywood.
Già dalla trama si capisce di trovarsi di fronte alla quintessenza della poetica spielberghiana. Disclosure Day racconta la storia di Daniel (Josh O’Connor), esperto di cybersicurezza impiegato alla Wardex, oscura agenzia governativa incaricata di proteggere dati che non devono essere resi pubblici. Dopo una crisi di coscienza, Daniel comprende che alcune informazioni – legate ai contatti con creature provenienti da altri pianeti – dovrebbero essere accessibili a tutti. Decide così di unirsi a un gruppo di cospiratori guidato dal suo superiore Hugo (Colman Domingo), e sottrae alla Wardex un archivio di filmati che testimoniano la reale esistenza di visite aliene e di esperimenti condotti sui corpi degli extraterrestri, oltre a una misteriosa pietra che sembra in grado di conferire poteri telepatici. Braccato dal capo della Wardex (Colin Firth) e dalla sua squadra, Daniel fugge insieme alla fidanzata Jane (Eve Hewson), portando con sé i filmati e la pietra. Durante la fuga entra in contatto con Margaret (Emily Blunt), volto del meteo di un canale all-news di Kansas City, che ha improvvisamente sviluppato enormi poteri psichici. Sarà lei il tassello mancante perché il piano di Hugo possa finalmente compiersi e la verità essere rivelata al mondo?

Se c’è una cosa che l’avvento dell’intelligenza artificiale, dei deepfake e delle nuove strategie di produzione e circolazione delle immagini dovrebbe averci insegnato è che l’immagine è ormai l’ultimo dispositivo di cui possiamo fidarci. In un presente attraversato da grandi trasformazioni tecnologiche e informatiche, dalla diffusione incontrollata dei dati personali e dalla competizione per appropriarsene, ma anche da guerre, invasioni, manipolazioni dell’opinione pubblica e da una pandemia devastante come quella del Covid, le immagini hanno perso ogni residuo statuto di oggettività. Possono essere alterate oltre ogni umana comprensione e sono diventate uno dei campi privilegiati su cui si combatte, si orienta e si distorce la percezione del mondo. Ecco Spielberg invece aggira tutto questo, lo esclude, non lo tematizza, quasi non lo considera un problema. E con l’ingenuità di cui sopra ci chiede di credere ancora, incrollabilmente, che le immagini possano dire la verità: una verità limpida, frontale, incontrovertibile. Nel suo mondo sospeso tra sogno e nostalgia, costruisce una realtà che non è propriamente un’utopia, né una distopia, ma una sorta di eterotopia dell’immagine: uno spazio altro, parallelo al nostro, in cui il presente, invece di dissolversi nel caos, torna miracolosamente a farsi comprensibile.

E allora tutto diventa incredibilmente cristallino, inscritto dentro coordinate morali perfettamente riconoscibili. La verità, per esempio, non è mai davvero in discussione: è data, rivelata, ovvia tanto per chi intende occultarla quanto per chi la vuole divulgare. La battaglia non riguarda la sua natura, ma l’opportunità – e la legittimità – di rivelarla oppure no. E che i “buoni” siano loro, indipendentemente dalle ambiguità etiche delle loro scelte, è ribadito anche dal modo in cui Spielberg – autore del soggetto, mentre la sceneggiatura è affidata al veterano David Koepp – individua come antagonista geopolitico dell’America uno degli ultimi regimi comunisti che l’immaginario americano può ancora riconoscere come nemico frontale: la Corea del Nord, con la quale è in atto una crisi nei giorni in cui si svolge la storia.
Un terreno perfetto, quindi, per costruire quell’universo profondamente umanista in cui Spielberg continua a credere. La pietas con cui il film guarda alle creature aliene – che, peraltro, hanno sembianze quasi identiche a quelle di Incontri ravvicinati del terzo tipo – rivela lo sguardo che da sempre contraddistingue il suo cinema: la capacità di scorgere una forma di affetto e di riconoscimento anche in ciò che appare radicalmente altro dall’umano. Per quanto il paragone sia vertiginoso, c’è qualcosa in questo modo di filmare gli extraterrestri che sembra richiamare persino lo sguardo posato sui corpi dei deportati in Schindler’s List: non per equiparare le immagini, naturalmente, ma per riconoscere in entrambe la stessa tensione a restituire presenza, valore, irriducibilità a ciò che il potere vorrebbe ridurre a oggetto.

Questo senso di accoglienza passa anche per l’altro grande tema che attraversa il film: quello religioso. Jane, novizia che ha abbandonato la fede (nelle persone, non in Dio), torna nel convento in cui è cresciuta spiritualmente – è lì che lei e Daniel trovano inizialmente rifugio durante la fuga – e interroga la madre superiora sul senso dell’amore di Dio per i suoi figli. La risposta che riceve è insieme semplice e programmatica: Dio ha scelto l’uomo sulla Terra come suo figlio prediletto, ma la sua grandezza non può essere limitata al nostro pianeta. È una scelta non scontata per Spielberg, che da ebreo abbraccia qui una dottrina apertamente cattolica; ma è anche il modo più diretto per spalancare il film a un’accettazione totale, spirituale, dell’ultraterreno. Un I Want to Believe dichiarato esplicitamente come mai nel passato. Una dimensione fideistica che investe anche la figura di Margaret, che con le sue capacità telepatiche finisce per assumere i tratti di una presenza quasi sacra, davanti alla quale alcuni personaggi arrivano persino a farsi il segno della croce. Perché ogni rivelazione è per definizione un atto divino: non soltanto la scoperta di una verità nascosta, ma la possibilità che quella verità venga accolta come evento, apparizione, promessa di una nuova sensibilità.
E non è casuale, in fondo, che questa fede in senso spirituale finisca per coincidere con la fede nell’immagine che Spielberg ribadisce con tanta forza. Come se il regista ci chiedesse di aderire a una forma di resistenza ingenua, analogica, nostalgica, contro il mondo disgregato e ormai impossibile da ricondurre a immagine (icona) in cui viviamo. Fuori dal tempo e dallo spazio, forse. Ma così bella che vorremmo tanto crederci!
Una rivelazione governativa sconvolge il mondo. Prove inconfutabili dell’esistenza di vita extraterrestre vengono rese pubbliche, scatenando reazioni contrastanti tra panico, fede e desiderio di conoscenza. Mentre le istituzioni cercano di gestire il caos e mantenere il controllo, un gruppo eterogeneo di individui si trova al centro di un’indagine che li porterà a scoprire verità molto più complesse e destabilizzanti di quanto immaginassero.