Craig Gillespie

Supergirl

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Ubriaca, festaiola e fuori controllo. Così, James Gunn introduceva Kara Zor-El, meglio nota come Supergirl, nell’epilogo di Superman. Non si trattava soltanto di un’anticipazione al capitolo successivo del nuovo DC Universe, ma anche di una dichiarazione d’intenti che delineava una protagonista agli antipodi del diligente cugino, nonché il registro irriverente e goliardico del film.

Il regista Craig Gillespie riparte proprio da quell’immagine, mostrando – attraverso un montage che accompagna i titoli di testa – la quotidianità sregolata del personaggio, mentre viaggia su vari pianeti per partecipare a diverse feste. Ma, non appena i toni della commedia scanzonata lasciano spazio a quelli del racconto di formazione, questa smoderatezza si rivela essere in realtà il sintomo di uno struggimento da outsider. In questo modo, Kara viene privata della sua onnipotenza per essere plasmata – anche grazie all’interpretazione di Milly Alcock – come una persona fragile e imperfetta, in continuità con l’ultima incarnazione di Kal-El in Superman, ma più in generale con la poetica delle opere del cineasta di Gunn (non a caso, direttore creativo della DC Studios).

Anche sul piano editoriale, Supergirl conferma le scelte del DC Universe, fondate sull’ibridazione del superhero movie con altri modelli narrativi. Infatti, se The Suicide Squad (realizzato originariamente come parte del DC Extended Universe e poi inserito retroattivamente nel canone con la serie animata Creature Commandos e la seconda stagione di Peacemaker) lo contaminava con Quella sporca dozzina e il cinema d’exploitation, mentre il già citato Superman lo proponeva all’interno di un perfetto mix di azione, emotività ed umorismo (distante dai toni cupi e tragici di Superman Returns e Man of Steel), Supergirl riprende la sci-fi comedy, guardando alla saga Marvel Guardiani della Galassia, diretta proprio dal cineasta di Saint Louis.

Tuttavia, è proprio qui che emerge il limite del lungometraggio. Il DC Universe nasce con l’intento di proporsi come alternativa alla standardizzazione del cinecomic contemporaneo – rappresentata principalmente dal Marvel Cinematic Universe –, ma già al secondo progetto cinematografico cade nell’errore di aderire a uno schema riconoscibile. Quindi, non è che l’ibridazione non vi sia, ma che ricalca l’estetica colorata e sporca di Guardiani della Galassia, che è diventata negli anni uno degli stilemi dominanti nel cinema blockbuster e, specialmente, nel genere supereroistico, di conseguenza, trasformando Supergirl in un prodotto convenzionale.

Infatti, durante la visione, affiora costantemente la sensazione di dejà vu che restituisce l’impressione di un’imitazione manieristica realizzata senza creatività, nonostante il risultato sia comunque piacevole e divertente.

Se il rischio del DC Universe è già quello di uniformarsi alla massa – dopo neanche due anni dalla sua nascita –, allora il prossimo Clayface rappresenterà la prova decisiva per capire se il progetto riuscirà a diversificare i propri linguaggi o se si adeguerà a una formula da riciclare.

Stills: Supergirl (2026) © 2026 Warner Bros Entertainment Italia All Rights Reserved

Supergirl
Stati Uniti, 2026, 107'
Titolo originale:
Supergirl
Regia:
Craig Gillespie
Sceneggiatura:
Ana Nogueira, Jerry Siegel, Joe Shuster
Fotografia:
Rob Hardy
Montaggio:
Fred Raskin, Tatiana S. Riegel
Musica:
Claudia Sarne
Cast:
Milly Alcock, David Corenswet, Eve Ridley
Produzione:
DC Studios, The Safran Company, Troll Court Entertainment
Distribuzione:
Warner Bros Entertainment Italia

Kara Zor-El e la sua origine più oscura prima di arrivare finalmente sulla Terra.

Locandina: Supergirl (2026) © 2026 Warner Bros Entertainment Italia All Rights Reserved

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