Adattando le memorie di Lidia Yuknavitch, scrittrice che trovò nella letteratura e nel nuoto un modo per sopravvivere alla violenza e agli abusi, Kristen Stewart, al suo esordio nella regia, realizza un film che oscilla tra il confessionale e l’allucinatorio, un’opera frammentata e viscerale su trauma, desiderio e ricostruzione personale. Non è un film perfetto, né pretende di esserlo: è pieno di ripetizioni, eccessi e sbalzi di tono. Ma è proprio in questa imperfezione che risiede la sua autenticità. Fin dai primi minuti, il film instaura un ritmo interno che risponde più al flusso di coscienza, il famigerato stream of consciousness, che alla logica narrativa. La voce fuori campo di Lidia narra non tanto gli eventi in sé, quanto le emozioni che li attraversano. Le immagini, spesso frammentate, girate in 16 mm o Super 8, diventano il tessuto emotivo della memoria. Ciò che conta non è la cronologia degli eventi, ma come la memoria li riorganizza per sopravvivere ad essi.
La Stewart filma il trauma come un oceano: vasto, imprevedibile, e sempre sull’orlo dell’annegamento. In questa deriva visiva ed emotiva, l’acqua emerge come metafora centrale: il liquido in cui Lidia trova rifugio e al tempo stesso condanna. Nuotare non è solo una disciplina, ma una forma di autoannientamento, una sospensione della coscienza. Nell’acqua, la protagonista può essere libera perché cessa di esistere. Questa ambivalenza, tra piacere e autodistruzione, tra desiderio e senso di colpa, è ciò che rende il film un’opera che, pur discontinua, possiede un’intensità sincera e disarmante. Il problema sorge quando l’intensità diventa un sistema, quando si insiste su immagini che hanno già rivelato la loro verità, quando si cade nella ripetizione simbolica. C’è un’estetica dell’eccesso: montaggi al limite della saturazione, metafore sottolineate e una compulsione a riaffermare il trauma da ogni possibile angolazione. Il torrente emotivo della prima metà del film, la più riuscita, diventa, nella seconda, un discorso circolare che affoga nel proprio dolore. E’ qui che il film si avvicina pericolosamente al valore dello shock emotivo: la ricerca dello shock a scapito dell’esplorazione interiore. Nonostante questi limiti, il film possiede un profondo coraggio. La regista non cerca di addolcire o abbellire l’indicibile: osa confrontarsi con l’ambiguità di un desiderio nato dal dolore, con il modo in cui l’abuso si insinua nell’identità sessuale e con il sottile confine tra autoesplorazione e autodistruzione.
Imogen Potts offre un’interpretazione intensa, e la Stewart la accompagna con una macchina da presa che non la tradisce mai. Nel suo rapporto con il corpo e con l’acqua, il film trova i suoi momenti più autentici: quelli di una donna che può essere libera solo immergendosi completamente nel suo passato. Anche nel suo eccesso c’è nel film della verità. La Stewart riesce a catturare quella trama caotica del trauma, la sua impossibilità di ordine e la sua circolarità emotiva. In definitiva, il suo è un film che respira, vacilla e affoga con la stessa furia con cui la sua protagonista cerca di risalire in superficie. La sua forza sta nel non nascondere le proprie cicatrici. La Stewart esordisce come un autore più interessato all’esplorazione che al compiacimento, consapevole che l’arte, come l’acqua del resto, non sempre purifica: a volte ci insegna solo a galleggiare tra i detriti.
Locandina: La cronologia dell'acqua (2025) © 2025 Wanted Cinema All Rights Reserved.
Still: © 2025 SCOTT FREE - CG CINEMA INTERNATIONAL - FORMA PRO FILMS - NEVERMIND PICTURES
In questo adattamento del libro di memorie di un'autrice, l'autrice si concentra sulla sua bisessualità e sui suoi problemi di dipendenza.
Foto: La cronologia dell'acqua (2025) © 2025 Wanted Cinema All Rights Reserved.