Valerio Mastandrea

Nonostante

film review top image

Nonostante, il film di Valerio Mastandrea che ha aperto la sezione Orizzonti della scorsa Mostra di Venezia, comincia con un fuori fuoco. Da cui si origina la sequenza che dà avvio alla storia, facendoci entrare nella narrazione: il protagonista, interpretato dal regista stesso, si muove disinvoltamente negli spazi di un ospedale, dopo aver assistito con due amici all’uscita di una bara dall’obitorio, senza che nessuno lo veda, sedendosi su una sedia a rotelle trasportata da un infermiere e salendo su un montacarichi, fino ad arrivare ad una stanza che si scopre essere la sua, di stanza; perché dopo averlo inquadrato sul divanetto dove si è posizionato, la camera si sposta a mostrarci che, in quel letto, c’è lui. In coma. Capiamo così che lui e gli amici di cui sopra, così come altri personaggi che nel corso del film si materializzeranno, sono persone in coma che, con il corpo immobilizzato a letto, aspettano di capire quale sarà la loro sorte, se “saliranno” cioè torneranno a vivere, o se moriranno, travolti da un vento di bufera che li stacca da tutto ciò a cui cercano di aggrapparsi, materialmente e simbolicamente. Nel frattempo possono vagare liberamente dappertutto, e questa libertà se la prendono, se non vengono risucchiati da qualcuno che sta morendo, perché «nessuno vuole morire da solo», dice un personaggio, quindi chi ha capito che è arrivata la propria ora cerca di “portare con sé” chi sta nel limbo, nell’attesa, nella sospensione di tutto. Ma in qualche modo, comunque, vive. E riesce anche a innamorarsi, cioè a provare dei sentimenti. A rivitalizzarsi. Oppure a perdere energia e vitalità, se l’altro nel frattempo si è ripreso ed è quindi uscito da quella dimensione, fino a morirne davvero.

     

Raccontato così non so che effetto possa fare, ma il film di Mastandrea, alla seconda prova da regista dopo il meno convincente Ride (2018) e il cortometraggio Trevirgolaottantasette (2005), che avevano avuto entrambi come tema la morte, il cortometraggio raccontando proprio il momento del trapasso, è un’opera struggente e delicata, che parla di temi importanti (morte e soprattutto vita; vita come esserci, stare nella vita, starci dentro davvero e accogliere ciò che “arriva”, ciò che accade) in modo leggero ma non superficiale, creando un’atmosfera giocosa ma rispettosa al contempo; rispettosa dei temi trattati, rispettosa delle persone che negli ospedali stanno e di quelle che ci lavorano e rispettosa del pubblico, che non avverte la finzione perché quello che il regista mette in scena con delicatezza è “vero”, e credibile. Anche il personaggio interpretato da Giorgio Montanini, un volontario che canta per i degenti sperando che la musica possa aiutarli a uscire dal coma, ma che riesce anche a vederli e a parlarci, una sorta di tramite tra la vita e la morte o, meglio, tra la vita e questa dimensione di “color che son sospesi”, è credibile e vero. E a sua volta trattato con leggerezza, nella presa in giro per le stonature delle canzoni che interpreta e per il lavoro che svolge.

Oltre al tono scanzonato e ironico ma ricco della complessità dei temi trattati, compreso quello del valore della memoria, quindi della necessità di ricordare ciò che accade, il film ha vari pregi. Innanzitutto l’originalità: queste persone in coma, che vivono in questo limbo di sospensione, non hanno un nome ed è come se non avessero una vita propria perché lo spettatore non sa nulla di loro; solo, a un certo punto, il protagonista e la ragazza di cui si è innamorato riflettono sul fatto che nessuno di loro parla mai dei motivi per cui è lì, e si dicono che per lei è stato un incidente d’auto stupido, per lui una casualità (un bambino che è caduto dal secondo piano sopra di lui). La loro dimensione è il presente, anche se vengono da un passato e se avranno, o qui o lì, a un certo punto, un futuro; ed è questo tempo presente che interessa al regista, perché è qui che ci si può prendere qualche rischio, come quello di provare e, soprattutto, di rendere espliciti dei sentimenti. E di portare la donna amata nel proprio passato, condividendo con lei un aspetto importante di esso. Mastandrea ha del resto dichiarato che ha realizzato quest’opera per le persone che «senza accorgersene vivono nell’immobilità ma poi riescono a liberarsene e superare i limiti», coinvolgendosi nelle cose. E l’ha dedicata al padre Alberto, morto nel 2014. Quindi un film intimo e personale, di un autobiografismo che non è mai pesante. «Una storia che è stata mia per tanto tempo e che spero diventerà di tutti».

Poi c’è la chiave del titolo, quel “nonostante” che deriva da Angelo Maria Ripellino, che definiva così se stesso e i suoi compagni di ospedale, ma che significa anche molte altre cose: essere in coma ma nonostante questo vivere, essere immobili su un letto ma nonostante questo muoversi, essere inerti ma nonostante questo provare delle emozioni, anzi dei sentimenti talmente forti che possono riportare in vita, o portare alla morte. E in quest’attesa, in questa “pausa” ci sono diversi modi di stare e ci sono in ogni caso l’umanità, la solidarietà: commovente la scena del saluto del personaggio di Musella al protagonista, quando se ne sta per andare. Pur travolto dal vento, non poteva non salutarlo. Come non poteva, il protagonista, non cercare il volontario cantante per chiedergli di rintracciare la ragazza tornata in vita, e di dirle che l’ha amata.

Per finire, la musica: al tema di Tóti Guðnason si affiancano canzoni come Non voglio mica la luna di Fiordaliso, Noi non ci saremo nella versione dei CSI per la sequenza della piscina, Cosmic Dancer dei T. Rex che, usate a volte nelle parti di raccordo, risultano sempre ben combinate con le immagini e contribuiscono a creare l’atmosfera della narrazione. Poi, gli attori: Dolores Fonzi, Lino Musella, Laura Morante oltre al citato Montanini e a Barbara Ronchi in un cameo. Infine, alcune sequenze significative (quella iniziale già citata, che per il senso di movimento dato dall’andirivieni del protagonista sulle note di Amándote di Jaime Roos può richiamare il musical, l’omaggio a Chagall sotto all’ambulanza e, soprattutto, la sequenza finale del volo) e alcune inquadrature tra l’ironico e l’estetizzante, come quella del grande albero sotto il quale stazionano i protagonisti o i siparietti in auto con bambini, o la tromba bianca e simbolica delle scale dell’ospedale. 


 

 

Nonostante
Italia, 2024, 93'
Titolo originale:
id.
Regia:
Valerio Mastandrea
Sceneggiatura:
Enrico Audenino, Valerio Mastandrea
Fotografia:
Guido Michelotti
Musica:
Tóti Guðnason
Cast:
Valerio Mastandrea, Dolores Fonzi, Lino Musella, Giorgio Montanini, Justin Korovkin, Barbara Ronchi, Luca Lionello, Rita Blasotta, Claudia Della Seta, Laura Morante
Produzione:
HT Film, Rai CInema, Damocle, Tenderstories
Distribuzione:
Bim Distribuzione

Un uomo trascorre le sue giornate in ospedale senza troppe preoccupazioni. Al sicuro da tutto, senza responsabilità e problemi. Questa routine procede senza intoppi finché una nuova persona non viene ricoverata nello stesso reparto.

poster