“Il cinema è la morte al lavoro”, sentenziava Jean Cocteau: Jane Schoenbrun con Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte ne proietta il riflesso sul lavoro dell’autore, con una giovane e improbabile film-maker, Kris (Hannah Einbinder), impegnata in solitaria nella fase di preproduzione del reboot di un franchise slasher degli anni Ottanta, ambientato in un campeggio per adolescenti, sotto il segno di Venerdì 13. A incombere sulla donna, però, tra silenzi e presagi nell’inquietante location del primo film, è quella che i francesi chiamano la petite mort, un’estasi negata nella sua vita “poliamorosa”, che aleggia come fantasma del languido perturbamento e della lenta dissociazione di sé, con, da una parte, la tardogotica e seducente ex starlette Billy Presley (Gillian Anderson) e poi, nomen omen, Little Death, villain della serie e killer mascherato, redivivo dallo schermo (o forse no).

L’opera d’apertura di Un Certain Regard 2026 e Queer Palm trafuga nella cinefilia più iconografica senza un citazionismo bric-à-brac e, con la sovversione della suspense e le iniezioni di un grottesco volutamente posticcio, ritratta la profondità formale del suo immaginario, trascinando l’horror in un campo teoretico in cui il miasma, più che esalazione di sangue e viscere, è emanazione concettuale di una speranza di stare al mondo attraverso il cinema obliquo del passato: un vivere underground ma inclusivo in cui l’epidermide ruvida e graffiante dell’immagine terrorizzante è rispecchiamento e condivisione di identità ibride, finalmente affrancate.
Gioca ancora in coerenza con se stessa Jane Schoenbrun (1987), con la sua audacia non binaria che nella dualità tra un cinema di genere (o ad esso limitrofo) e una visionarietà gender-fluid ha inaugurato una convergenza senza scorciatoie woke, con l’anima primigenia di un’archeologa indie del notturno più composito e sommerso tra universi audiovisivi, fin da A Self-Induced Hallucination (2018), un found footage da YouTube sul folklore digitale dei creepypasta, tentacolari e comunitari.

Con Camp Miasma, quarto lungometraggio, si rimuovono i passi in un paesaggio visivo che è un luna park freak di portali metariflessivi e distanziamenti ottici, una camera oscura su desiderio, voyeurismo e pulsioni (sotto il nume tutelare di L’occhio che uccide), rivisitati in un’intimistica folie à deux femminile e queer. Perché, nella relazione tra Kris e Billy (con Gillian Anderson ancora maestra di sex education, oltre che attrice-feticcio di X-Files), Schoenbrun edifica la sua poetica ribelle del controcampo del cinema horror, in cui lo sguardo pervertito del maniaco e quello della final girl coincidono con un margine di rilettura critica, in uno spazio liminale di allucinazioni magmatiche, febbrili e catartiche, che non si prendono mai troppo sul serio. Assistiamo, dunque, all’ideale chiusura di una trilogia di fiction sull’onirismo mediale e post-mediale nella modulazione strutturale del coming of age sospeso, dopo We’re All Going to the World’s Fair (2021), dedicato alle anomalie cibernetiche delle virtuali e virulente challenge con body performance cronenberghiane, e I Saw the TV Glow (2024), tenera e frastornante allegoria pop sulle disforie trans, in cui la bellezza VHS delle serialità anni Novanta genera senso di appartenenza o escapismo. Internet, tv analogica e ora cinema, ancora da cassetta, qui in un nostos d’infanzia senza nostalgia, dove tuttavia il substrato di moderna classicità (Viale del tramonto, Psyco Shining, David Lynch, John Carpenter e Mario Bava) non trova riscontro in un corrispondente bagliore di esattezza ed essenzialità, dove la follia narrativa, pur avulsa dai comodi simbolismi dell’enigma, non poggia su una sistematica lucidità, con una scrittura così ondivaga da risultare difficilmente sinuosa.

Per un cortocircuito in un’opera sull’autodeterminazione personale e artistica, in Camp Miasma affiora a fatica una rielaborata e autonoma caratterizzazione espressiva, quella che Martin Scorsese (uno degli estimatori di I Saw the TV Glow) nella sua docuserie biografica definiva “la filosofia del film”, quella congiuntura identitaria e inscindibile tra figurazione estetica e sguardo morale, come se qui la statura del film a tesi, ontologico e meta, prevaricasse su quell’estro autoctono della regista. Ma, a onor del vero, la tesi di questo buffo psicodramma nei meandri del nuovo personal horror, quella del cinema come educazione al desiderio e sublimazione dell’unione tra solitudini, è ciò di cui oggi, nel mare magnum self-mediale, abbiamo disperatamente bisogno.
Stills: Camp Miasma: Adolescenza, Sesso e Morte (2026) © 2026 MUBI Italia All Rights Reserved
Un regista queer che sta realizzando un sequel di un slasher diventa ossessionato dal casting di «Final Girl» del film originale, che porta entrambe le donne nel caos psicologico e sessuale.
Locandina: Camp Miasma: Adolescenza, Sesso e Morte (2026) © 2026 MUBI Italia All Rights Reserved