Sarebbe un grave errore di ordine storico e culturale, artistico e persino conoscitivo restringere il campo di un’opera memorabile come Film di Stato di Roland Sejko all’ambito strettamente cinematografico, oltretutto come film di montaggio che rievoca semplicemente il quasi mezzo secolo di regime comunista in Albania del dittatore Enver Hoxha, grosso modo dal 1945 al 1990. Questo film va molto oltre la contingenza dell’oggetto cine-storiografico rappresentato ex novo, mediante un lavoro complesso di riscrittura critica, sonora e audiovisiva. Film di Stato è innanzitutto la prova matura e tangibile della possibilità oggi di riflettere, ovvero di connettere ancora mediante la combinazione di immagini, suoni e idee originali sul materiale preesistente. E soprattutto di comprendere, sulla base di questa intuizione preliminare di ripensamento globale, su quanto espressamente comiche, se non fossero implicitamente purtroppo tragiche, risultino queste stesse immagini diversamente sonorizzate, in cui persino i rumori ricostruiti, minimali giocano l’effetto finale e totale dello straniamento rispetto alle intenzioni propagandistiche a monte.
Film di Stato, in cui è giusto anche restituire la maiuscola al termine “Stato”, per procedere simmetricamente con la maiuscola di “Film”, è l’esemplare più prezioso del cinema contemporaneo a corto di memoria e di linguaggio a dimostrazione di come l’istituzionalizzazione del discorso cinematografico generi la perversione della realtà, trasformando gli ex esseri umani in pixel paradossali accorpati in lettere dell’(an)alfabetismo collettivo e massificato. Parole svuotate di senso, specialmente nelle contrapposizioni contraddette dai fatti e logorate dalla lunga durata, come la senescenza sintomatica del leader popolare sacralizzato e afflitto da grave sindrome di accerchiamento, allargata a un popolo-nazione mistificato e paralizzato con armi, parate e burocrazia, affiorano così dalla politica statale all’antropologia negletta: “comunismo” e “imperialismo”, come termini conflittuali di un medievale teatro allegorico, longevo e costantemente terminale nel perdurare, partecipano così di un disegno geopolitico dove il comico liberatorio, nella ricezione con l’augurale senno di poi, eccede la misura colma del tragico di fondo, rendendo così Film di Stato uno spettacolo e un oggetto di studio complesso nel contempo: degno della parossistica ed emblematica situazione di Stan Laurel che in Vent’anni dopo non ha compreso che la Grande Guerra è finita ed è rimasto in solitario autismo a difendere la trincea fuori tempo massimo, quasi per geniale demenza prefigurando l’avvento imminente del Secondo conflitto mondiale.
L’operazione sul repertorio filmico di partenza condotta da Roland Sejko e dal suo team composito si riallaccia per continuità intellettuale di montaggio alle combinazioni apocalittiche ad esempio di Eyal Sivan per il mosaico ricostruito di Uno specialista, di Nico Naldini per quello di Fascista o di Marco Bellocchio per La Religione della Storia, e addirittura sfidano per ironia condensata e surrealismo sostanziale la finzione verosimile, intransigente e creativa al servizio delle intemperanze di cinematografiche di Luis Buñuel e Jacques Tati, Charlie Chaplin e Otar Ioseliani, John Landis ed Elia Suleiman, che hanno diversamente e in epoche diverse, su epoche e porzioni planetarie diversificate, attinto a piene mani ad una lentezza dello Stato/stato dello storicismo inteso come diktat, falsificazione, parodia del divenire o del movimento. L’esito in Film di Stato restituisce un atto d’accusa al verticismo attraverso una struttura verticale del senso non “ovvio” ma “ottuso”, nell’accezione imprescindibile di Roland Barthes: dove assumono spessore performativo, sia pure involontario, ma impressionante, una piscina in cui nuota il dittatore che ha trascinato nel suo pluridecennale marasma mentale intere generazioni di cittadini militanti, le gigantesche coreografie post-umane delle celebrazioni, il “gioco delle parti” in tragicommedia delle alleanze conclamate e rimosse dell’Albania separata dal mondo con Unione Sovietica e Cina, l’edificazione di bunker e rifugi sotterranei, il percorso solitario dell’automobile scura tra la folla acclamante sempre più sparuta, il sacrificio degli animali condannati e legati ai pali per assurdi esperimenti bellico-difensivi, la tomba dell’ex mostro compianto e la distruzione liberatoria delle sue effigi, l’espulsione ex post dal partito di un morto suicida.
L'Albania del dopoguerra sotto il controllo di Enver Hoxha, attraverso filmati d'archivio inediti e propaganda di regime. Un viaggio nel cuore di un potere che usò il cinema come strumento di controllo totale.