Il proposito è subito dichiarato: il film, liberamente ispirato a una vicenda realmente avvenuta, consisterà però in una fantasia di chi lo ha realizzato. Gli occhi degli altri è dunque una ricostruzione fantastica nella quale i fatti di riferimento si rimescolano con la loro rappresentazione: il fantasma che ne risulta è infine il frutto di uno sguardo – del cineasta, regista e sceneggiatore, con cui andrà a identificarsi necessariamente quello dello spettatore. Il gioco dei riflessi, dei rispecchiamenti, delle suggestioni è conseguente a un lavoro di immaginazione, letteralmente di messa in immagini, esplicitamente proposto come descrittore di una dinamica seduttiva e inevitabilmente letale, in cui il motivo del doppio, moltiplicato in una dialettica sempre più ossessiva e senza controllo, finisce per manifestare tutta la sua forza distruttiva.
L'incontro fatale avviene nel 1960, durante una festa nel corso della quale uno dei convitati cita il titolo. La dolce vita, dando l'opportunità all'anfitrione di motivare la propria avversione al cinema, che sottrae tempo alla vita vera. Ma il 1960 è anche l'anno de L'avventura, film a sua volta di barche, isole: messa in scena di un sottrarsi al mondo da privilegiati che anticipa una vera scomparsa, enigma smascheratore del disagio e dello smarrimento di chi resta. Quanto al disprezzo del padrone di casa nei confronti dei film, non ci vorrà molto a scoprire come la cinepresa sia da lui stesso utilizzata: strumento, non a caso custodito nella cassettiera sovrastata dalla vetrina in cui sono esposti i fucili, funzionale a un gioco erotico che si nutre ossessivamente di voyeurismo e di violenza. Occorre forse ricordare Ferreri, l'uso privato degli home movies in Dillinger è morto quale preliminare prolungato di solipsistico godimento, che si chiude a sua volta con un omicidio e una fuga per mare su una barca quanto mai simbolica?
Andrea De Sica ci propone quindi una sua immagine degli anni '60, ben consapevole di come essa non sia altro che il prodotto di innumerevoli altre immagini consolidate nella memoria innanzitutto cinematografica che tutti ci ri/guarda. Immaginario in cui si confrontano e si rimescolano cinema d'autore e commedia. Ed è significativo che il fatto di cronaca nera da cui ha preso le mosse il suo lavoro sia avvenuto nell'estate del 1970 (nel film anticipato, altrettanto significativamente, alla notte del 31 dicembre 1969): i “favolosi” anni '60 sono dunque qui proiettati da subito nell'avvitamento di una logica autodistruttiva dall'esito ineluttabile, ironicamente fondato proprio su una sedicente vitalità capace però di esprimersi solo nel desiderio sessuale autoreferenziale e nella sua compulsiva soddisfazione. E l'isola così platealmente affacciata sul mare aperto come su uno spazio di possibilità molteplici si rivela col passare del tempo un huis clos di fatto impenetrabile (non mancano echi dal polanskiano Cul-de-sac), sbarrato a ogni contatto che non sia rigorosamente regolato dalle formalità dettate dal marchese/padrone/duce.
In questa separatezza artefatta e difesa ad ogni costo si aggira senza riposo lo spettro della solitudine, condizione che in un primo momento viene ricercata anche da Elena come ornamento del privilegio e della passione erotica, poi subìta e alla fine ripudiata in un moto di rivolta che si dimostrerà peraltro senza via d'uscita. Il potere che la ricchezza sembra regalare rende soli nell'illusione di essere solitari – Elena lo spiattella brutalmente in faccia Lelio e lui, sopraffatto, non sa fare altro che attirarla in un abbraccio disperato. Il tentativo patetico di lasciarsi contaminare dai modi superficialmente promiscui dei “giovani”apre definitivamente alla rottura della coppia, che sembra trovare conferma, nel clima grottesco della festa di fine anno 1969, in un primo momento nel rispetto delle forme borghesi, per esplodere definitivamente e tragicamente con tre colpi di fucile.
Nella bellezza selvaggia di un'isola posseduta da un ricchissimo marchese, l'arrivo di Elena segna l'inizio di un'appassionata storia d'amore destinata a finire in tragedia.